domenica 28 aprile 2024

DESTINO

PROLOGO La storia narrata nel seguito è una storia assolutamente surreale, ma i nomi, le date e gli eventi narrati sono assolutamente veri, estratti ed integrati da una quantità di fonti, anche se non tutte verificate. Del resto, a parte gli eventi veramente accaduti e trattati nel seguito, il resto, come si capisce al volo, è pura fantasia e perciò non ho ritenuto di citare le fonti e verificarle tutte a pieno. Alcune sono prese da Google, e Wikipedia, alcune da testi degli anni 50 come: L’enciclopedia del ragazzo italiano edita dalla UTET, altre da un testo di Arnold Sommerfeld che tratta di meccanica razionale, altre ancora da un testo di Percy W. Brigman dal titolo: La logica della fisica moderna (ed. Boringhieri) e altri testi di divulgazione scientifica ecc. La Scienza, l’Umanità e la Politica sono, nel racconto, personalizzate, nel senso che la Scienza è detta: Scienziato che, ovviamente, non è sempre la stessa persona. Dipende dalla materia trattata. L’Umanità è detta Uomo (comprendendovi anche le donne) e si riferisce all’uomo della strada e la Politica è detta: Politico, come persona atta a governare Uomo, pur facendo parte dell’Umanità. Le discussioni tra Scienziato, Uomo e Politico, offrono spunti di discussione di un certo interesse che sarebbero da approfondire in un “caffè filosofico” (espressione presa da RAI Scuola). INTRODUZIONE Nell’immensa sala di controllo centrale domina il silenzio. Sotto il bianco pavimento psionico, una miriade di cavi neurali forma una sterminata rete di neuroni connessi tramite sinapsi ai cavi neurali. Una notevole quantità di quadri sinottici si trova a sinistra e a destra del grande pannello di controllo, dove occhieggiano grafici in evoluzione e spie multicolori ove però è il verde il colora dominante. Ogni quadro sinottico è sormontato da una fila di “orologi” con un’unica lancetta, mentre sui quadranti si disegna una linea rossa alla quale la lancetta, in lentissimo movimento, è più o meno distante. Tale linea indica il “giusto tempo per l’evento”. Ciascun quadro sinottico è quantisticamente connesso con ogni pianeta con vita intelligente nell’Universo e l’azione disposta dal pannello di controllo, raggiunge istantaneamente, qualsiasi punto dell’Universo per comunicazione quantistica basata sul noto fenomeno di “comunicazione” detto “entanglement”, che pare contraddire la legge di Einstein la quale asserisce che nulla può superare la velocità della luce. Da tale pannello è anche possibile controllare quantisticamente il flusso temporale potendolo fermare e mandarlo all’indietro fino al tempo desiderato, in ogni punto dell’Universo. In tale sala aleggia e governa Destino che con i suoi sensi psionici controlla tutti i quadri sinottici e tutti gli “orologi” di giusto tempo per l’evento. Egli opera h24 senza interruzione, da molti miliardi di anni terrestri, cioè da quando ALTO ASSOLUTO aveva formulato le Leggi Eterne, inviolabili ed assolutamente universali della LOGICA filosofica, della MATEMATICA e della FISICA, dopo la creazione del Caos primevo dal quale, con un atto di suprema, onnipotente volontà, ha tratto l’Universo intero, partendo da un’infinitesima particella, concentrato di tutta l’energia, la massa, la materia e antimateria esistente. Egli ha poi consentito che tale particella iniziale si espandesse alla velocità della luce, respingendo e mantenendo il Caos primordiale fuori dalla sua frontiera. Scienziato ha chiamato questo fenomeno “Big Bang”. La sala di controllo si trova all’interno dell’Universo, ma in una dimensione parallela, oltre la quarta, non rilevabile in alcun modo. COMANDO E CONTROLLO ALTO ASSOLUTO: L’Onniscienza e l’Onnipotenza. Concentra su di sé i tre poteri: Esecutivo, Legislativo e Giudiziario. Egli ha creato le Leggi assolutamente inviolabili alle quali tutta la catena di comando e controllo DEVE attenersi rigorosamente. Quando lo ritiene opportuno utilizza il Suo potere giudiziario. E’ il potere assoluto, inarrivabile e non rovesciabile in nessun modo noto o ignoto. Ha pieno potere di veto e disposizione su tutta la Sua catena di comando. DESTINO: Ha una forte delega da ALTO del potere esecutivo, ma discende gerarchicamente da ALTO al quale deve assoluta obbedienza; ma ALTO non interviene quasi mai sul lavoro di Destino, se non quando, assai molto raramente non ne vede la Necessità assoluta. Destino ha pieno potere su Vita, Morte e Caso ma deve accettare il veto eventuale di ALTO. CASO condivide con Destino il potere su Vita e Morte ma è sottoposto gerarchicamente a Destino. Caso, per esercitare il suo potere si serve di un potente team controllato da Possibilità che ne è a capo. Possibilità controlla Probabilità che a sua volta agisce con gli strumenti Fortuna e Sfortuna. Vita controlla il pensiero di Filosofia dalla quale dipendono il pensiero scientifico e quello umanistico. Dal pensiero umanistico prendono le mosse il pensiero politico, culturale e artistico Dal pensiero scientifico parte il pensiero tecnico cui prende parte, parzialmente e per altri versi, anche il pensiero artistico (es. tecniche di disegno, pittoriche, architettura ecc.) Un commento a parte richiedono Ricchezza, Potere, Criminalità e Povertà in quanto può accadere che Criminalità vada a braccetto con Ricchezza e Potere ma anche con Povertà, alla quale si associa, talvolta anche Prostituzione.
Cap. 1 La scoperta scientifica Scienziato, completata questa fase del suo lavoro, si volse verso Uomo che, di tanto in tanto, lo guardava distrattamente, preso dalle sue mille occupazioni e preoccupazioni quotidiane. - Uomo, questo mio lavoro pare prossimo alla sua conclusione, questione di quattro o cinque anni e poi potrai godere nella pratica, dei benefici della mia scoperta. Uomo, chiamato direttamente in causa, volse per un momento la sua attenzione a Scienziato: - Caro Scienziato, tu sei molto bravo ma il tuo problema è quello di non capire l’importanza che il Tempo ha per me. Il tempo fugge, la vita è breve ma tu ci chiedi di attendere per i risultati del tuo lavoro, tale perdita di tempo è per Me inammissibile. - Caro Uomo, il tuo problema è invece quello di non comprendere l’importanza delle mie ricerche che possono cambiare in meglio la tua vita e così sei avaro nei finanziamenti e nell’attenzione, salvo poi approfittare assai prontamente (e magari anche strumentalmente e furbescamente) dei miei brillanti risultati ottenuti, non si sa come, date le scarse risorse che mi offri. La tua vita sarebbe adesso assai migliore se tu avessi, già dall’inizio della scienza, destinato a me le risorse necessarie e sufficienti. - Su questo punto, caro Scienziato, potresti anche avere ragione, ma c’è il fatto che tu, quasi sempre, non mi dici in anticipo lo scopo specifico delle tue ricerche, non solo, ma addirittura non mi dici nemmeno quanto tempo prezioso e neppure quanto denaro precisamente ti occorre. Poi c’è un’altra considerazione da fare, alla quale pare tu non dia alcuna importanza. Ti faccio un esempio: Quando non esistevano le automobili, nessuno ne sentiva la necessità in quanto le esigenze di spostamento e di trasporto erano comunque soddisfatte dalle carrozze e dai cavalli. Quando non esistevano il telegrafo, il telefono e la radio, la necessità di comunicare era soddisfatta dai messaggeri e dal servizio postale. Il messaggio che ti voglio trasmettere è semplicemente questo: Non si può sentire la necessità di cose che non esistono e che non si sa neppure se potranno esistere. - Quello che dici è vero, ma solo in parte, chi infatti, dovendo spostarsi dal luogo A al luogo B in carrozza, non avrebbe desiderato che il tempo di viaggio fosse assai più breve e magari più comodo e con meno scossoni? E chi, avendo urgenza di comunicare qualcosa a qualcuno lontano, non desidererebbe che il messaggero volasse come il vento per recapitare in fretta la notizia urgente? E inoltre, chi, stando male, non desidererebbe guarire in fretta dai suoi malanni per riprendere al più presto le sue occupazioni di sempre? - Su questo punto hai ragione tu, ma ci sono punti più pesanti sui quali ho ragione io. Punti nodali e determinanti sono proprio le questioni dei tempi, del denaro e del fine; c’è inoltre sempre il fatto che Io sono abituato ad operare con quanto è già disponibile e, tenendo i piedi ben piantati per terra, non mi metto a sognare cose inesistenti per risolvere effettivi problemi quotidiani. Queste questioni giustificano pertanto, almeno dal mio punto di vista, la mia scarsa attenzione nei tuoi confronti. Ora torna al tuo lavoro e non disturbami ancora. Il discorso è chiuso. Uomo distolse da Scienziato le sue attenzioni per riprendere le occupazioni usuali mentre Scienziato, un po’ amareggiato ma sorretto dalla sua passione per la scienza, riprese il suo lavoro. Cap. 2 Destino Destino, aleggiando sopra la console nella sua grande sala operativa, rifletteva sulle cose dei mondi che controllava, quando la sua attenzione fu attratta dall’improvviso lampeggiare di una spia rossa al centro del gran quadro sinottico, zeppo di spie multicolori, indicatori, tracce colorate, quadranti e numeri, posto sulla parete di fronte, mentre, nel contempo, un leggero ma imperioso segnale acustico faceva sentire la sua voce nel silenzio della sala. “Ordini del Signore ALTO in arrivo”, pensò fra sé volgendo grave la sua attenzione alla spia intermittente mentre già le sue “dita” psioniche correvano agili sui controlli mentali del quadro per dettagliare la questione. Il dettaglio dell’ordine pervenne rapidamente alla sua attenzione: “Sul pianeta Terra, il giorno 13 del mese di Maggio dell’A.D. 1981 è stata progettata l’uccisione del papa polacco. Noi vogliamo provare seriamente il Papa, ma il suo Destino non è ancora compiuto.” Destino inviò ad ALTO il segnale di Acknoledge e volse la sua attenzione al monitor: vide il papa sulla sua vettura scoperta e vide Morte avvicinarsi rapidamente; la sua mano scheletrica armata di falce cominciava già a sollevarsi per sferrare il colpo mortale. Stava convocando Caso quando s’avvide che questi, casualmente, era già presente in sala controllo e sempre casualmente già conosceva la sua missione. Istantaneamente mandò Probabilità a distogliere Morte secondo l’Ordine di ALTO. Probabilità agì mentre già la fatale falce stava entrando in azione. Casualmente, una suora si trovava a fianco dell’attentatore e vide, per Fortuna con la coda dell’occhio la pistola sollevata da questi. Non avendo tempo per altro dette una spinta all’attentatore mentre questi premeva il grilletto. Il colpo mancò pertanto di precisione. La falce fu deviata al volo e a Morte fu ordinato di ritirarsi. Destino controllò lo stato delle cose e accertò che l’Ordine di ALTO era stato eseguito esattamente come da Lui destinato. Il papa era stato gravemente ferito ma non sarebbe morto, Destino convocò Morte e le ordinò di tenersi a distanza dal papa polacco fino a nuovo ordine... …che arrivò a Destino da ALTO il giorno Due del mese di Aprile dell’A.D. 2005 alle ore 21: “Il Sommo Pontefice è troppo sofferente, egli è stato provato fin troppo e abbiamo così deciso di richiamarlo a Noi e premiarlo per i suoi sforzi. Procedi dunque secondo le Nostre ALTE disposizioni dettagliate nel link in calce.” Destino, presa visione delle ALTE Disposizioni, convocò Morte alla sua presenza. Questa entrò nella sala di controllo, silenziosa ed austera, levitando leggermente sul falso pavimento di colore chiaro che copriva la miriade di cavi, neuroni, sinapsi e fibre ottiche di connessione, interamente coperta da una lunga tunica di colore nero, bordata di giallo, un cappuccio le copriva anche la testa; nella sua scheletrica mano stringeva il lungo manico della fatale Falce, con la lama lucida, dai riflessi mortalmente lampeggianti, posta in posizione di riposo. “Morte”, disse Destino: “Il vento della Vita ha girato ormai tutte le pagine del gran libro del Papa polacco; ma al vento non è consentito girare l’ultima di copertina; questa spetta a te. Procedi dunque con la tua ALTA responsabilità poiché “vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole...”. Osserverò da qui che il piano proceda esattamente come destinato da ALTO. Il Papa morì esattamente quando, come sopra destinato. Cap. 3 Destino si distrae Dall’esame della linea temporale corrente della Terra, Destino si accorse che Scienziato, nel suo difficile e tortuoso percorso dall’oscurità delle superstizioni e della magia alla luce splendente delle verità razionali, aveva imboccato, già da un mese, una strada che avrebbe assai ritardato un risultato importante verso i suoi piani per l’Uomo. Sorpreso lanciò un’occhiata alla miriade di Orologi sulla parete di sinistra e vedendo che la lancetta dell’Orologio di “GIUSTO TEMPO PER L’EVENTO” aveva già superato di un mese l’evento atteso, che perciò non si era verificato, si rammaricò brevemente con sé stesso per la sua distrazione ed iniziò subito l’azione correttiva. Cominciò dunque con il convocare Caso che, ovviamente e del tutto casualmente, era già in sala controllo prima ancora della sua convocazione. - Oh Caso, vieni qui, ti illustrerò i tuoi compiti per una nuova missione sulla Terra. Prima però che tu possa cominciare io devo personalmente fare un’importante operazione sul Tempo terrestre. Ciò detto, si spostò gravemente verso gli orologi, ognuno regolato sul tempo locale di mondi lontanissimi e sconosciuti all’Uomo. Tirò giù dalla parete l’Orologio di tempo terrestre e regolò le lancette sulla data e l’ora di circa un mese prima. Frattanto, Caso, che casualmente (e ovviamente) già conosceva il da farsi, tornò nel suo ufficio dove il suo team, attivo h24, era in attesa di disposizioni. Caso può agire, come anche Destino, (vedi schema in testa) con Vita sulla vita e con Morte sulla morte. Al fine di poter lavorare con tali collaboratori e su tali collaboratori, Caso poteva contare su un team potente e affidabile il cui capo era Possibilità. Possibilità poteva decidere se il suo potente sottostante: Probabilità, era o no in grado di agire. Se Possibilità negava l’autorizzazione, allora Probabilità non aveva alcuna voce in capitolo; ma Destino era comunque sempre in grado di influire, per tramite di Caso, su Possibilità (e quindi, indirettamente, su Probabilità). Del team di Possibilità e agli ordini diretti di Probabilità c’erano Fortuna e Sfortuna. Così, Probabilità fu autorizzata ad agire per correggere casualmente la distrazione di Destino. Probabilità si volse dunque verso Fortuna dicendole cosa avrebbero dovuto fare al momento opportuno, e per farlo avrebbe ottenuto da Caso la collaborazione di Vita... Cap. 4 Scienziato e la penicillina …Scienziato si trovava in laboratorio e stava esaminando una coltura di stafilococchi su una piastra di Petri. Dette un’occhiata alla pendola sulla parete di fronte e decise che era tempo di smettere di lavorare e tornarsene a casa. Era il 31 di Agosto del 1928, nei tre giorni seguenti era prevista, per lui, una breve vacanza; dunque Scienziato (in tale occasione impersonato da Alexander Fleming) smise di lavorare, riordinò il suo banco da lavoro e infine gettò via la piastra con la coltura, salutò i colleghi e se ne andò. Dopo la vacanza riprese le sue osservazioni senza tuttavia concludere nulla. Trascorse un mese e fu a questo punto che Destino scoprì la propria svista e intervenne... …Scienziato si trovava in laboratorio e stava esaminando una coltura di stafilococchi su una piastra di Petri. Dette un’occhiata alla pendola sulla parete di fronte e decise che era tempo di smettere di lavorare e tornarsene a casa. Era il 31 di Agosto del 1928, nei tre giorni seguenti era prevista, per lui, una breve vacanza; dunque Scienziato (in tale occasione impersonato da Alexander Fleming) smise di lavorare, riordinò il suo banco da lavoro e... su ordine di CASO, Probabilità e Fortuna agirono in quell’istante di concerto: - Ehi Alexander- lo chiamò un collega, - vieni qui un attimo a vedere al mio microscopio questa curiosa concrezione. - –Eccomi amico, però posso dedicarti solo qualche minuto, sono di partenza. Dopo l’esame microscopico e alcuni commenti clinici scambiati con il collega, salutò e uscì dimenticando fortunatamente e casualmente, la piastra di Petri con lo stafilococco sul suo banco di lavoro. Tre giorni dopo, al suo ritorno, vide la piastra ancora sul banco e stava per gettarla via quando si avvide, casualmente, di un fenomeno inatteso: la piastra era stata inquinata dalla muffa, ma intorno a questa, fino ad una certa distanza, non v’era più alcuna traccia dello stafilococco. Destino si fregò soddisfatto le mani, la penicillina, che avrebbe salvato un’immensa quantità di vite e risolto la tubercolosi, era stata scoperta al momento giusto e la linea temporale terrestre era stata ripristinata. Cap.5 Big Bang Nel 1960 Scienziato aveva capito, o creduto di capire, quale fosse stata l’origine dell’Universo. Dai calcoli e dai ragionamenti teorici fatti pareva che tale origine fosse avvenuta in un singolo istante primordiale, sotto forma di una colossale esplosione nel nulla. Allora Scienziato si volse verso Uomo, sempre preso dalle sue cure quotidiane e piuttosto distratto delle cose scientifiche, dicendogli: “Uomo, ho capito come il nostro Universo è nato!” Uomo, incuriosito dalla notizia replicò: “e allora dimmi cosa hai capito in proposito”. “Ecco”, disse Scienziato, “ ritengo che il nostro Universo sia nato da una singola grossa esplosione di materia-energia; non sono, al momento, in grado di dimostrarlo ma è cosa quasi certa”. “Bene”, replicò Uomo, “ma la cosa non mi interessa gran ché, sono altre le mie preoccupazioni; ad ogni buon conto, rifatti vivo quando avrai acquisito la dimostrazione di ciò, al lavoro.” Così Scienziato riprese a lavorare alla ricerca di una dimostrazione della giustezza della sua teoria. Ma il tempo passava e non si veniva a capo di nulla. Dalla sua sala di controllo, Destino osservava gli inutili sforzi di Scienziato e del pari osservava il quadrante dell’orologio di “GIUSTO TEMPO PER L’EVENTO”. La lancetta indicatrice si avvicinava sempre più all’evento: “scoperta dimostrazione Big Bang” ma Scienziato non ne veniva a capo. Memore dell’intervento fuori tempo sulla penicillina, decise di non lasciarsi sorprendere un’altra volta. Cominciò pertanto a pensare che avrebbe dovuto convocare Caso quando vide che questi, casualmente come al solito, era già entrato in sala controllo e curiosamente, era già per caso, informato circa la sua prossima missione. Avuto quindi da Destino il nulla osta a procedere, Caso pensò di rivolgersi a Necessità per aiutare Probabilità e Fortuna. Necessità analizzò la questione, diagnosticò il problema ed intervenne... L’ingegnere capo chiamò i suoi due migliori collaboratori, gli ingegneri: Arno Penzias e Robert Wilson (essi impersonavano lo Scienziato del caso). –Signori, disse loro, è sorta la necessità di utilizzare il satellite per telecomunicazioni che staziona in orbita geosincrona sopra di noi. Il ricevitore è stato già approntato ma ci occorre una sensibile antenna per captare i deboli segnali a microonde del satellite. I due ingegneri si misero al lavoro e progettarono così una grande antenna metallica. La puntarono verso il satellite e cominciarono ad esplorare la banda di frequenza attesa. Probabilità e Fortuna intervennero: –Senti Arno, sotto il segnale del satellite è presente un altro debole segnale nella banda, cosa sarà mai?. - Mah! Ipotizzerei un difetto nella costruzione dell’antenna, replicò Robert, oppure un difetto del ricevitore. - Allora scolleghiamo l’antenna e testiamo il ricevitore. -...mm, il ricevitore funziona perfettamente, apriamo l’antenna e guardiamoci dentro. - Accidenti, guarda cosa c’è nell’antenna. - Caspita, due piccioni hanno fatto qui dentro il loro nido, che schifo! È tutto sporco di guano. - Ok, facciamo pulire tutto, copriamo l’antenna con una cupola di plastica e poi riproviamo, anche se non capisco come possano, i piccioni, disturbare in quel modo specifico..... - Bah! Adesso possiamo ritentare, gli uccelli o altro non possono più entrare, l’antenna è ripulita, pronta e orientata sul satellite. - Allora via!... - Però...continua quel segnale di disturbo sotto il satellite. - Non potrebbe essere difettoso il satellite? Ma sembrerebbe strano. - Già, lo ritengo poco probabile data la tipologia del disturbo e la trasmissione digitale del satellite. - Allora proviamo a disorientare l’antenna per vedere se il disturbo proviene dal satellite oppure no. - Ecco fatto, il segnale del satellite non arriva più, però arriva ancora quel segnale di disturbo. - Orientiamo ancora l’antenna verso molte altre direzioni diverse, esclusa quella del satellite. - Ma… si sente sempre, come se fosse un rumore generale di fondo. - Che hai detto? Hai detto generale di fondo?...Questo mi suggerisce un’idea strampalata; ricordi la teoria recentissima del Big Bang? - Certamente, la stanno studiando proprio qui vicino. - Allora facciamo qualche calcolo. Se esistesse un residuo di fondo di tale Big Bang e avesse lasciato questa radiazione fossile, potremmo calcolare quale gamma di frequenze dovrebbe avere e vedere se per caso, coincide con quella del nostro disturbo. - Sì, però potremmo anche fare il calcolo inverso che peraltro mi pare più semplice, anche come controprova. - Cioè? - Cioè, noi sappiamo su quale banda riceviamo il disturbo, quindi, dal valore della frequenza potremmo risalire al valore della temperatura residua del Big Bang. - Allora procediamo coi calcoli...ed ecco qua i risultati. -BINGO. Questa è la prova che la teoria è giusta, noi stiamo captando proprio la radiazione fossile del Big Bang. Destino sorrise vedendo la lancetta dell’orologio di GIUSTO TEMPO posizionarsi esattamente e del tutto casualmente, sull’evento atteso: ”Anche questa volta la missione di Caso ha avuto successo, quei due ingegneri prenderanno il Nobel per la fisica”. Cap. 6 Etica della politica Uomo si rivolse severamente a Politico dicendogli: - Politico, tu cominci a crearmi dei problemi assai seri. Siamo ormai, già da tempo, nel XXI secolo. Cinquant’anni or sono ritenevo ingenuamente che il progresso della scienza e della tecnica avrebbe automaticamente comportato anche un progresso di civiltà. Ma scopro adesso che non solo ciò non è vero, ma addirittura che si sta regredendo e se questa tendenza, come pare, continuerà, torneremo presto ai tempi bui della barbarie, con il contorno della più alta espressione della tecnologia moderna. Ho capito da pochi anni che Attila avrebbe potuto tranquillamente utilizzare uno smartphone nel corso dei suoi feroci saccheggi, se lo avesse posseduto. Se guardo alla situazione attuale rabbrividisco: la Democrazia è malata da ormai troppi anni, la caduta delle grandi ideologie ti ha tolto l’importante supporto della fede sulle idee che danno speranza. Con loro sono del pari caduti i grandi valori come la Fedeltà nel matrimonio, il matrimonio stesso è caduto, è caduto l’amor di patria, è caduta la morale, è caduta la solidarietà tra vicini di casa e tra parenti, la bontà d’animo è ormai cosa di pochi, è caduto il senso del dovere come quello dell’onestà (vedi il falso in bilancio). Soprattutto tra le grandi banche e le grandi industrie. Potrei continuare con un lungo ed interminabile elenco ma preferisco prendere ora un altro discorso, quello della Legge. Dopo l’ultima grande guerra, con il passare dei lustri, tra Legge e Giustizia si è aperta tale una forbice che mi risulta, dai giornali, che in nome di una presunta “civiltà” ed un cosiddetto “garantismo”, nella realtà delle cose di tutti i giorni, chi è veramente garantito sono soltanto i delinquenti mentre il povero cittadino, reso inerme dalla legge nei confronti dei criminali, non ha alcuna protezione da parte delle forze dell’Ordine, rese, dalla legge stessa, quasi impotenti, perfino perseguite dai giudici che le condannano perché esercitano il loro mestiere e malvolute dal popolo che le sente inutili per sé e utili solo per proteggere te con una quantità incredibile di posti di controllo fissi e scorte che distolgono dal pattugliamento e dal controllo del territorio una sorprendente quantità di risorse. Tu sei ancora legittimato a governare, in quanto c’è ancora una maggioranza di popolazione che vota, ma non ti accorgi che il numero dei votanti diminuisce di volta in volta? Governerai ancora quando, col passare del tempo, non sarà più la maggioranza delle persone a votare? Certo, tu continuerai a governare, ma saprai anche, dentro di te, che non sei più legittimato a farlo, sarai perciò costretto a fare leggi sempre più restrittive delle libertà individuali. Se ciò, Dio non voglia, dovesse accadere, sarebbe la morte definitiva della Democrazia nella quale ho creduto per tanti anni e per tanti anni ho votato. Ora cambio ancora discorso e passo al lavoro dei giovani. Hai distrutto la speranza di due generazioni di giovani costretti a vagare nel precariato e consapevoli che avranno una magra pensione e non potranno comprarsi una casa. La terza generazione corre lo stesso rischio. Hai permesso ai datori di lavoro di riportare l’orologio della Storia indietro di oltre cinquant’anni, a prima delle conquiste di civiltà dei lavoratori, chiamando ciò modernizzazione o razionalizzazione e rovesciando così la realtà delle cose. E’ stata una politica miope e suicida, sia verso di te sia verso il popolo. Ma non viene in mente a nessuno di voi che se i lavoratori ed i pensionati non hanno denaro non possono spendere? E nessuno di voi pensa che se non si può spendere, le industrie non possono lavorare? E nessuno pensa che se le industrie non possono lavorare devono fare a meno dei lavoratori innescando così un circolo vizioso destinato a portare tutti alla rovina? E non è quindi meglio per tutti, tornare al passato del posto di lavoro fisso con premi di fedeltà ai dipendenti più fedeli? I datori di lavoro non sarebbero contenti di avere dei lavoratori fedeli e coscienziosi, che lavorino con passione, senso del dovere, spirito di appartenenza alla squadra e senso di responsabilità? Oppure preferiscono, per pagare meno possibile, avere lavoratori, si preparatissimi, ma disinteressati e scarsamente motivati che lavorano superficialmente sapendo che da un momento all’altro dovranno cercarsi un altro lavoro precario? Libri di denuncia contro di Te escono in libreria sempre più spesso, con denunce sempre più gravi, ma tu non te ne curi. Hai fatto scomparire il senso del Dovere sostituendolo con quello del diritto. Oggi pare che tutti si sentono di avere tutti i diritti ma in pochi hanno ancora senso del Dovere. Hai trasformato le sanzioni contro coloro che sbagliano in un insulto al senso comune della giustizia. Per queste e forse altre ragioni, la società è malata: droga, malaffare e prostituzione imperano, la corruzione è presente, le banche sono diventate proterve e prepotenti verso i loro stessi clienti che dovrebbero invece trattare coi guanti, come facevano una volta. Hai creato una specie di Europa unita ma in realtà e con tuo dispetto, alcuni popoli europei non hanno intenzione di seguirti su questa strada. Il motivo? È semplice, tu non hai fatto l’Europa dei popoli ma quella dei politici e degli economisti. Voi politici europei vi siete copiati l’un l’altro i provvedimenti, ma stranamente esistono tra una nazione e l’altra grosse differenze; sorge così il sospetto che vi siate uniformati solo per quello che più sta a cuore a voi lasciando come si trova tutto il resto. Se è questa l’Europa. Povera Europa...E poi, lasciami spendere, scendendo coi piedi per terra, una parola di critica verso il modo con cui si è in pratica realizzato l’Euro. Di per sé, l’idea dell’Euro non sarebbe sbagliata, ma mi chiedo e ti chiedo: perché in alcuni luoghi è stato imposto dall’ALTO in modo dirigistico (dopo un opportuno e costoso battage propagandistico per influenzare massicciamente l’opinione pubblica) mentre in altri si è permesso al popolo di decidere? (e ha deciso per il no!) e si continua a voler promuovere referendum nella pia speranza che il popolo, opportunamente e massicciamente (mal) informato cambi idea. Però ora, visti i fallimenti dei referendum pro-euro, la smania referendaria dei governi nordici pare si sia arrestata. Allora l’Europa non è affatto unita se ci si muove in ordine sparso. E poi, con quale sciocco criterio si è scelto il taglio delle monete e delle banconote? Non è forse ovvio ed evidente a chiunque che si tende psicologicamente a sminuire il valore delle monete rispetto a quello delle banconote di pari valore? Le monete da due Euro e da un Euro non dovevano esistere, chi le ha volute ha commesso un grave errore pagato dalle classi medie e più basse e non è stato contrastato da nessuno. Un altro errore grave è stato quello di consentire ai commercianti di togliere molto presto l’indicazione dei prezzi in moneta locale (Lira nel caso italiano). Questo ha permesso loro guadagni lauti ed immediati, ma alla lunga gli si è rivolto contro a causa della penalizzazione cui è stato sottoposto il ceto medio, il reddito fisso e gli stipendi dei dipendenti e non ci sono più soldi da spendere nei consumi mettendo in affanno tutta l’economia. - Ascoltami Uomo, ti posso ribattere punto per punto tutte le forti critiche che mi hai rivolto, ma prima lascia che ti rammenti che anche io Politico, sono alla fin fine un uomo, un uomo che si muove tra le difficoltà del fatto che la politica non è ancora una scienza esatta (alla faccia di tutte le facoltà di “scienze” politiche esistenti) e non credo che lo diventerà mai. Io, come ben sai, devo cavalcare l’onda del momento, al fine di acquisire consensi elettorali; questa è, ad un tempo, la mia vocazione e la mia condanna. Ritengo pertanto che sia giusto lottare per concedere al popolo ciò che al momento richiede con maggiore forza e frequenza e nel contempo, mi rendo perfettamente conto che talora, ciò che il popolo chiede nel breve termine, potrebbe rivolgerglisi contro nel medio o lungo periodo; ma Io devo comunque cavalcare l’onda e quindi devo, ob torto collo, accettare anche questo per amore del consenso. Stai perciò attento a criticare me perché ti ricordo che se io sono al potere è perché mi ci hai messo proprio Tu che ti lamenti e mi critichi. Questo significa quindi che tutte le tue critiche ti si ritorcono contro dal momento che la classe politica altro non è che l’espressione delle classi popolari. Peggiore è la classe popolare e peggiori sono i politici; migliore è il popolo e migliori sono i politici che ne discendono e lo rappresentano. La fine delle grandi ideologie che hanno guidato la politica del recente passato, mi ha tolto, come tu hai già osservato, il suo potente supporto e così anche Io, povero uomo, aspetto, vagando nel buio, e senza guida, la luce di qualche altro Grande Pensatore in grado di restituirmi una vera bussola che non ho più. Purtroppo pare che l’orizzonte sia pieno di “grandi intellettuali”, “grandi filosofi” premi Nobel di qua e premi nobel di là, ma che sia del tutto deserto di Grandi Pensatori come quelli del passato che per tanti anni ci hanno supportato con il loro pensiero forte. I pensieri di oggi sono tutti deboli, non significativi e perciò non fanno presa sui popoli. - Ciò che mi hai appena detto ha senza dubbio un senso, tuttavia Io, Uomo, mi sento spesso influenzato, mio malgrado, dai cosiddetti “opinion leader”, dai “mass media”, dalle loro trasmissioni TV di qualità sempre più scadente solo per faccende di “audience”; però Tu non sei del tutto innocente in quanto sei, in un modo o in un altro, sia da “destra” che da “sinistra” (se tali termini hanno ancora oggi un senso), in grado di influire sui mezzi di comunicazione di massa e sei perciò in grado di influenzare le menti più deboli, cioè la maggior parte delle persone, mostrandogli quelle cose che poi tu sai che ti saranno richieste e quindi potrai giocare d’anticipo nel cavalcare l’onda dei consensi. Insomma, alla fine, la colpa di tutti i mali sembrerebbe la pubblicità in quanto questa, per diffondere il suo verbo sulla maggior parte delle persone, ricerca le trasmissioni con alta audience; ma tali trasmissioni devono necessariamente essere di scarsa qualità in quanto gran parte delle persone, anche delle brave persone e persino dei religiosi, non è, ammettiamolo francamente, di grandi qualità morali e intellettuali... anzi... Così tu hai buon gioco ed in questo sta la tua più pesante responsabilità. Se è pur vero che il popolo ha i governanti che si merita, è altrettanto vero che questi influenzano l’opinione pubblica con i suoi “opinion leader” che usano occhiali con lenti colorate di rosso o di nero (beh, diciamo di scuro, non proprio di nero). -In definitiva sembra che sia Tu che Io dovremo attendere che la Provvidenza ci mandi dei Grandi Pensatori, con l’idea vincente valida almeno fino al prossimo secolo e magari oltre. Purtroppo, nel frattempo, ne subiremo insieme le conseguenze, anche se le tue responsabilità sono ben maggiori e più dirette e le conseguenze ricadranno certamente assai di più su “pantalone” che su di te. Destino, ascoltata la conversazione tra Uomo e Politico lanciò uno sguardo verso l’orologio di Giusto Tempo per l’Evento “nascita di grandi pensatori” e dispiaciuto osservò che la lancetta era ancora lontana. Era dunque suo Destino non poter ancora intervenire. Ma intanto osservò che un’altra discussione era iniziata tra Politico e Scienziato. - Caro Politico, cominciò scienziato, vi sono molte cose che io ho già detto a Uomo che potrebbero facilmente adattarsi a te, solo che tra Te e Uomo c’è una differenza sostanziale. Benché tu abbia riconosciuto che in fondo anche tu sei un uomo, la differenza con l’uomo della strada è enorme. In primis sei, generalmente parlando, a parte casi particolari, più istruito e più colto e dunque dovresti essere maggiormente consapevole delle necessità della scienza e adoperarti per aiutarla più di quanto tu faccia ora, ma pare che tale consapevolezza sia messa in ombra da altre preoccupazioni. Tu governi la popolazione, quindi la Tua responsabilità è immensa. I tuoi provvedimenti di governo dovrebbero essere più oggettivi perché se sono colorati di rosso o di nero, gran parte del popolo ne soffrirà, altri, magari, non ne soffriranno ma potrebbero non essere proprio del tutto soddisfatti. Oppure ne sono più che soddisfatti ma comunque resta la parte non trascurabile che ne soffre. - Caro Scienziato, io sono Politico, e come tale, opero per essere rieletto, dunque, innanzitutto devo preoccuparmi del benessere del mio elettorato, così da mantenere intatta la mia posizione di vantaggio elettorale. E’ ovvio, banale, che una parte della popolazione soffra per i miei provvedimenti di legge. E’ altrettanto ovvio che la parte non d’accordo, guidata propagandisticamente dall’opposizione, critichi e protesti il mio lavoro. Sono un politico, che significa anche falso e bugiardo, ma significa anche che tenendo il piede in due staffe ho le mani libere per cambiare rapidamente le cose se ciò fosse utile, prima a me e poi alla nazione; questa è, ad un tempo, la mia vocazione e la mia condanna perché, capita talvolta, che mi tocca prendere provvedimenti a mio svantaggio per restare sulla cresta dell’onda. Guarda ora, per esempio in Italia, dove sarò costretto a dare un bel taglio ai seggi della Camera e del Senato; non mi fa certo piacere, visto che ho creato gli uffici regionali e provinciali proprio allo scopo di creare nuove poltrone per Me. E, del pari, mi ha fatto molto gioco l’Europa unita, creando una bella quantità di poltrone e di seggi per sistemare personaggi scomodi e inadatti alla loro posizione adottando la regola romana del “promoveatur ut amoveatur”. Comunque, per quanto riguarda Te, ho adottato varie iniziative per venirti incontro: per es. una parte dell’erario (il 5/1000) viene devoluta alle tue ricerche, talvolta inconcludenti e quando risolvono qualcosa, arrivano regolarmente in ritardo. Per giunta, al giorno d’oggi capita perfino che, poiché le Tue ricerche sono finanziate da imprenditori al top, essi pretendono che Tu faccia in fretta a dare risultati e allora Tu, messo sotto pressione, trascuri dei dettagli (che in seguito si riveleranno importanti) mettendo in commercio o almeno tentando di farlo, anche dei prodotti non ancora ben testati (come accade per molti prodotti di software, soprattutto i Sistemi Operativi dei computers e simili e persino con i vaccini) annunciando con faccia tosta che non sono garantiti e ti aspetti un feedback dalla clientela (che però intanto ha pagato) mandando poi gli aggiornamenti, bontà Tua, gratuitamente. - Caro Politico, quest’ultima parte del discorso va addebitata ad Uomo. Rimpiango i tempi di quando si poteva lavorare senza stress, guarda adesso che caos con la gara a chi arriva prima al vaccino anti-covid, con il rischio, non trascurabile, che quando arriverà, dopo grossi investimenti, questo non servirà più perché, nel frattempo, o la popolazione si è immunizzata da sé (com’è accaduto per le grandi pandemie del passato che sono passate senza alcun vaccino), oppure il virus ha mutato e quindi non viene più riconosciuto dagli anticorpi generati dal vaccino o ancora, il virus perde molta della sua virulenza e quindi i sintomi cessano di preoccupare. Allora, se le cose stanno così, cosa dovrà fare Uomo per non perdere una barca di denaro? Dovrà rivolgersi a Te chiedendoti di fare la vaccinazione per legge a tutta la popolazione, pur sapendo che è ormai divenuta pressoché inutile, ma questo la popolazione non lo deve assolutamente sapere e allora tu dovrai, col nostro avallo, dichiarare che si fa nell’interesse della salute pubblica che è la cosa più importante di tutte, anche per evitare un altro lockdown che sarebbe disastroso per l’economia e allora il popolo dirà che hai ragione da vendere e si precipiterà a farsi vaccinare. La verità, detta da alcuni medici coscienziosi, verrà ridicolizzata e contraddetta dalla Scienza ufficiale e costoro verranno radiati dall’albo e non potranno più esercitare con la loro laurea diventata ormai inutile per soddisfare il business. - Caro Scienziato. Questa è la vita al giorno d’oggi e non ci possiamo fare proprio nulla. - Già, è così e basta. Ascoltata anche questa conversazione, Destino chiese umilmente udienza ad ALTO che stava riposando adagiato su una nuvola con un delizioso bicchiere di long drink poggiato su una nuvoletta a portata di mano. - Signore ALTO. La faccenda del virus che hai consentito di maturare sulla Terra sta creando problemi di non facile soluzione. Sinceramente non trovo una soluzione accettabile senza contrastare la Tua Alta volontà, il che, naturalmente non è possibile in alcun modo. Attendo Tuoi Alti Ordini. - Destino, tu hai il controllo completo della situazione e se non trovi una soluzione, devi lasciare che le cose procedano per loro conto, quindi rivolgiti a Caso e lascialo lavorare per Suo conto, ma controlla il suo operato e intervieni quando così è destinato. Destino, lasciata la nuvola di ALTO tornò immediatamente nella sua sala operativa a verificare attentamente il lavoro che Caso aveva già cominciato di Sua iniziativa (o per un ordine segreto di ALTO che aveva aggirato Destino). Cap. 7 Energia elettrica Nella sua grande sala di controllo, Destino osservava la quantità di esperienze di Scienziato con le macchine elettrostatiche con le quali, al di là delle spettacolari scariche elettriche istantanee ottenute nei tanti laboratori di ricerca, non si procedeva al Salto cruciale della scoperta della corrente elettrica continua. L’orologio di Giusto Tempo per l’Evento “Corrente Elettrica” stava per scoccare l’ora ma Scienziato (che in questo caso era impersonato da Luigi Galvani) non riusciva a fare il salto di qualità decisivo. Correva l’anno 1780 della linea temporale terrestre e Destino decise di intervenire. Stava giusto per convocare Caso per la sua missione a Bologna quando si avvide che questi era già casualmente in sala controllo e, naturalmente, già conosceva per caso la sua nuova missione. Bene, disse Destino, sai già quello che devi fare, guarda l’orologio che ti interessa e procedi come stabilito. Caso interpellò Possibilità circa l’Evento della missione e seppe così che la cosa era possibile ma andava aiutata da Probabilità. Quest’ultima comandò a Fortuna di agire…e Fortuna intervenne… Disse la moglie di Luigi: “oggi per pranzo ti preparo un buon brodo di rane che so che ti piace”. -Grazie cara, ma attenta a prenderle fresche, mi raccomando. Più tardi essa pulì le rane comprate, le decapitò, le spellò, le eviscerò e ogni rana pronta per il brodo venne sistemata sul marmo accanto al fornello di cucina. Poi si avvide che, casualmente, le mancava un ingrediente per dare più sapore al brodo e uscì per procurarselo lasciando le rane pronte sul tavolo di marmo. Luigi, nel suo studio, stava analizzando i motivi per cui i muscoli possono muoversi ma senza venire a capo di nulla. Col cervello che fumava decise allora di concedersi una pausa di riflessione e pensò di recarsi in cucina per vedere cosa stava cucinando sua moglie. Giunto in cucina vide che sua moglie non c’era e vide le rane pronte per la cottura. Essendo un medico osservò con occhio clinico le cosce delle rane messe a nudo della pelle e con i nervi crurali esposti. Fortuna intervenne di nuovo. A Galvani venne l’idea di esaminare con maggior cura i nervi della rana decapitata e per meglio osservare si servì di un coltellino col quale poter spostare i tessuti scoperti e osservare meglio i nervi e la loro connessione ai muscoli delle cosce. Ma ecco che al contatto del metallo con i nervi crurali della rana ampiamente defunta, le sue cosce ebbero un lieve sussulto imprevisto. Assai colpito dal fenomeno lo ripeté più volte in vari modi osservando sempre i sussulti delle cosce al contatto del metallo. I successivi esperimenti compiuti in laboratorio con tutti i crismi ufficiali della scienza confermarono il fenomeno. Osservò poi che i sussulti delle cosce di rana erano assai più vigorosi se veniva utilizzato, per mettere in contatto i nervi crurali, un compasso costituito da due metalli diversi. La sua conclusione fu che si trattasse di una corrente di energia vitale sviluppata dai nervi della rana al contatto con i metalli. Destino osservò che il salto di qualità avvenuto era ancora insufficiente e agì nuovamente. Alessandro Volta aveva teorizzato e matematicamente dimostrato, ma senza poterlo dimostrare fisicamente con un esperimento, che tra due metalli diversi posti tra loro a contatto nasceva una debole differenza di potenziale; sfortunatamente tale differenza di potenziale non poteva venire sfruttata in quanto i collegamenti tramite conduttori metallici azzeravano tale differenza di potenziale. Il problema del Volta era quindi quello di estrarre tale tensione da due metalli diversi collegandoli in modo tale che la tensione risultante non si azzerasse. Il rumore sollevato negli ambienti scientifici dagli esperimenti del Galvani sulle rane arrivò fino a lui che non si disse d’accordo sul discorso energia vitale, in quanto il fatto che con due metalli diversi l’effetto motorio era assai maggiore confermava la sua teoria del diverso potenziale elettrico tra due metalli. Incuriosito ripeté a sua volta l’esperimento del Galvani. L’orologio di Giusto Tempo scattò sull’Evento e Volta comprese come andavano collegati i due metalli diversi per estrarne la corrente elettrica. La chiave di Volta consisteva nel collegare i due metalli diversi con un qualcosa che pur essendo un conduttore, non fosse però un metallo. Allora prese un disco di rame ed un uguale disco di zinco e li mise in contatto elettrico tra loro interponendovi un nuovo tipo di conduttore costituito da un disco di cotone imbevuto di una soluzione di acido solforico. Grazie a questa geniale trovata, il potenziale elettrico dei due metalli diversi poté venire estratto ed utilizzato per ottenere una corrente continua. Era nata la Pila di Volta. Per amplificare l’effetto il Volta poi sovrappose, appunto formando una pila, parecchi dischi di rame e di zinco alternati e inframmezzati dal conduttore non metallico da lui inventato ottenendo così una tensione di un centinaio di Volt che provocava robuste scintille. Il Volta mostrò poi a Napoleone il risultato dei suoi studi che, finalmente, dotavano l’Uomo della possibilità di utilizzare l’energia elettrica in modo continuativo e non solo per un istante di una scarica elettrica. Destino si fregò (per così dire) le “mani” soddisfatto del successo della nuova missione. Cap. 8 Febbri puerperali Nella sua sala operativa di controllo, l’attenzione di Destino fu richiamata da una spia rossa lampeggiante. Era una comunicazione di ALTO. Si affrettò ad aprire il canale di comunicazione riservato ed un post apparve subito sul suo monitor. Era laconico ed imperioso: “STOP alla febbre puerperale”. Destino inviò il segnale di acknowledge ad ALTO e cominciò ad osservare l’Orologio di Giusto Tempo per l’Evento. Ma rimase assai perplesso poiché la lancetta stava molto indietro, sarebbero occorsi ancora parecchi anni per soddisfare la richiesta ineludibile di ALTO. Pasteur era ancora un ragazzino. Tuttavia l’ordine di ALTO era perentorio e la cosa andava fatta quanto prima possibile, Tempo Giusto o non Tempo Giusto. Osservò che la persona più adatta al compito stava in quel momento studiando Legge su pressioni del padre. Era innanzitutto necessario agire sulla sua linea di vita per cambiare il suo Destino. Creò allora, su tale persona, un nuovo Orologio provvisorio di Giusto Tempo per l’Evento ed eseguiti i dovuti calcoli temporali regolò la lancetta sul tempo ancora mancante all’Evento perentoriamente richiesto da ALTO. In tal modo poteva guadagnare parecchi anni rispetto all’orologio di Pasteur. Mentre stava per premere il pulsante di chiamata per Caso, vide che Egli era già casualmente entrato in sala operativa e ovviamente sapeva già per puro caso qual’era la sua missione. Correva l’anno 1837 e lo studente di legge Ignaz Philipp Semmelweis si dirigeva verso la sua facoltà di legge all’università di Vienna quando Caso intervenne facendo sì che un suo amico, studente di medicina lo vedesse, per puro caso, di lontano. Le cose procedettero rapidamente. L’amico raggiunse Semmelweis e gli chiese di accompagnarlo ad assistere alla dissezione di un cadavere. Subito dopo tale esperienza, il giovane studente di legge comprese qual’era il suo vero destino. Si iscrisse a Medicina e si laureò in chirurgia e ostetricia. nel 1846 ottenne l’incarico per due anni di assistente effettivo del dottor Joann Klein, che dirigeva la prima divisione della clinica ostetrica all’Allgemeines Krankenhaus, il più moderno ospedale europeo inaugurato nel 1784 dall’imperatore Giuseppe II. Il Dr Klein aveva costituito due reparti di ostetricia, un reparto era servito da sole ostetriche ed era diretto dal Dr. Bartch, l’altro reparto diretto da Klein era servito dai medici coadiuvati dagli studenti di ostetricia e chirurgia. Ora avvenne che Semmelweis osservò che la mortalità delle puerpere del reparto ostetriche era assai minore di quella del reparto medici. Destino osservava il procedere delle lancette dei suoi Orologi e si rese conto che Scienziato (qui Semmelweis) non avrebbe fatto in tempo in quanto non era stato ancora in grado di stabilire una correlazione tra queste mortalità e le loro cause che sarebbero rimaste ancora ignote, secondo l’orologio Pasteur, ancora per troppi anni. Si rendeva necessario, per Destino, intervenire nuovamente. La prima cosa da farsi era una accurata analisi delle linee temporali possibili relative al Dr Semmelweis e nel corso di tali analisi risultò che la soluzione del problema rendeva necessaria una morte umana; ma non una morte qualsiasi. Era di necessità che morisse, di febbre puerperale…un uomo. La cosa pareva assurda e Destino convocò Possibilità: - Dimmi, può un uomo morire di febbre puerperale? - Un uomo non può morire di febbre puerperale ma, che è la stessa cosa, può morire della stessa identica causa che provoca tale febbre. Avuto conferma della possibilità della cosa convocò allora Probabilità: - dimmi, sono alte o basse le probabilità che un uomo muoia della stessa causa della febbre puerperale? - Le probabilità sono molto basse, dovrebbe avvenire, per Sfortuna, un incidente. A questo punto pensò di convocare di nuovo Caso, il quale casualmente era già lì e casualmente già conosceva il da farsi nella sua nuova missione. Avuto Caso accanto a sé, Destino convocò allora Morte. Questa, col suo manto nero orlato di giallo, entrò silenziosa come un fantasma con la sua terribile falce lucente in posizione di riposo e levitando a mezzo metro dal pavimento si accostò ai due personaggi in sua attesa. - Morte, disse Destino, - Tu devi operare sull’uomo da me stabilito, secondo quanto da me stabilito e nel momento da me stabilito. Andrai insieme a Caso e saprai chi e quando esattamente colpire. Il Dr. Jacob Kolletschka, amico di Semmelweis si predisponeva a fare un’autopsia di una donna appena morta di febbre puerperale. Nella sala di dissezione entrò Caso, seguito da Sfortuna mentre Morte attendeva fuori. Attesero che Sfortuna facesse il suo dovere. Il Dr. Kolletschka afferrò saldamente un bisturi e cominciò il suo lavoro di dissezione. Il lavoro procedeva normalmente quando, inaspettatamente e sfortunatamente il bisturi gli sfuggì di mano nell’urto contro un osso. Nel tentativo di recuperarlo al volo si ferì una mano. Sfortuna aveva terminato il suo lavoro e tornò indietro. Caso e Morte seguirono le attività del Dr. Kolletschka che si allontanò facendosi sostituire, per tamponare la ferita alla mano. A questo punto intervenne Malattia. Già il giorno dopo il medico leggermente ferito, stava male e fu ricoverato. Accanto al suo letto, Morte attendeva tranquilla ed invisibile, il momento del destino. Pochissimi giorni dopo la falce si sollevò e agì inesorabile come stabilito da Destino. Colpito da questo evento, Semmelweis lesse la cartella clinica con i risultati dell’autopsia eseguita da qualcun altro sul corpo del suo amico scoprendo così che si trattava della stessa causa per la quale morivano le puerpere del reparto di Klein. Nella sua mente si accese una lampadina: era colpa dei medici; aveva finalmente trovato la relazione tra le morti del reparto di Klein ed i medici. Egli comprese che la malattia era contagiosa ed il contagio avveniva quando i medici visitavano una puerpera dopo aver eseguito una dissezione su una defunta della malattia stessa. In quei tempi non si conoscevano né l’asepsi né i microrganismi ed i medici non si lavavano neppure le mani prima di visitare internamente le puerpere (allora operavano senza guanti chirurgici). Nel reparto delle ostetriche, le quali non eseguivano autopsie, la mortalità era molto ridotta. Questo disse la lampadina accesa nella mente di Semmelweis. Caso aveva terminato la sua missione con successo, anche se aveva dovuto sacrificare una vita secondo l’ordine di Destino. Il Dr. Semmelweis dispose, senza poter fornire una corretta spiegazione, che tutti i medici e studenti che avevano eseguito una dissezione dovessero, prima di visitare le puerpere, lavarsi accuratamente le mani per mandare via l’odore di morte che vi restava appiccicato. Il successo fu immediato: la mortalità delle puerpere divenne ancora minore di quella del reparto ostetriche. Destino osservò soddisfatto la lancetta dell’Orologio di Giusto Tempo per l’Evento posizionarsi sullo Zero. Alla lancetta dell’Orologio Pasteur mancavano ancora svariati anni. Il problema di Destino era risolto; unico rammarico la necessaria morte di Kolletschka per far comprendere a Semmelweis come lavorare per il meglio ma si consolò al pensiero delle molte vite salvate da quell’unica morte e di tutti i bambini che non avrebbero perduto le loro mamme. Destino mandò allora ad ALTO il messaggio di “Eseguito OK”. Cap. 9 Louis Pasteur Quando Scienziato era ragazzino, Destino osservò che la sua linea temporale subiva una biforcazione e seguendo entrambe le vie notò presto che una di queste si allontanava dall’evento già destinato. Era dunque necessario intervenire. Pasteur cresceva ad Arbois dove avrebbe iniziato i suoi studi nel campo umanistico, ma ciò contrastava i piani di ALTO che aveva in serbo per lui un altro destino. Era dunque necessario chiudere da subito la via alternativa. Per chiudere tale via erano necessarie due mosse. La prima andava attuata subito, al fine di indirizzare il subconscio di Pasteur nella giusta direzione; la seconda poteva attendere tranquillamente ancora due o tre anni. Destino stava dunque per convocare Caso e come sempre, egli era già lì per puro caso e come sempre, già sapeva per caso, qual’era la sua nuova missione. Era notte. La volpe, affamata, cominciò ad avvicinarsi al pollaio. Si muoveva sottovento per impedire che il suo odore giungesse al cane di guardia alla fattoria. Si avvicinò guardinga al pollaio dal quale giungevano, alle sue nari, gli effluvi odorosi delle galline addormentate. A questo punto, Caso intervenne. Il vento che aveva tenuto nascosto al cane l’odore della volpe, cadde e venne sostituito da una lieve brezza di direzione variabile. Fu così che una folata di brezza portò alle sensibilissime narici del cane, l’odore inequivocabile della volpe. Fu un attimo, il cane, abbaiando furiosamente si avventò sulla volpe che stava per entrare nel pollaio e l’azzannò per la coda. La volpe, in un estremo quanto inutile tentativo di difesa si girò tentando, senza successo, di mordere il muso del cane che poi la mise immediatamente fuori combattimento. Il trambusto sollevato dal cane e dalle galline, bruscamente risvegliate, fece accorrere il fattore armato di fucile da caccia. Alla vista del padrone il cane si ammansì subito ed il fattore premiò il fedele guardiano dandogli da mangiare un uovo, poi si chinò sulla volpe e la tirò su per la coda, ma questa non era ancora del tutto morta e in un ultimo spasmo disperato riuscì a mordere una coscia del fattore. Era noto che le volpi sono spesso rabide e che la rabbia si prendeva da un morso ed era dunque opportuno prendere provvedimenti per garantirsi la sopravvivenza. La cura era tremendamente dolorosa e consisteva nella cauterizzazione, eseguita con ferro rovente, del punto morso e l’operazione andava eseguita prima possibile, dunque, alla prima ripresa delle attività del posto, il nostro fattore si recò alla fucina del fabbro per farsi cauterizzare la ferita. Egli era seduto su una sedia. Due uomini gli tenevano ferme le braccia mentre le gambe erano assicurate alla sedia con una robusta corda ed una cinghia di cuoio era stretta tra i suoi denti. Nella forgia il ferro era rovente già pronto all’uso e avevano già da prima dato da bere al fattore una robusta quantità di vino per stordirlo. Fu in quel momento che Pasteur si trovò casualmente a passare davanti al fabbro mentre questi applicava alla coscia il ferro rovente tra le urla disumane del fattore. Quella vista lo toccò profondamente e pensò che avrebbe dovuto inventare qualcosa per evitare tale dolorosissima cura contro la rabbia. Destino osservò la scena vedendo, nel contempo, assottigliarsi le probabilità di un percorso errato. Il prossimo intervento avrebbe definitivamente annullato le probabilità avverse. Dove avrebbe dovuto studiare Pasteur, un docente di filosofia cambiò università avendo casualmente avuto una migliore opportunità altrove. Così quando Pasteur vide che nella sua città non c’era il docente di filosofia, andò a studiare a Besancon, dove si diplomò nel 1840 in scienze ed in lettere. Successivamente si specializzò nella ricerca contro le malattie in agricoltura e nella veterinaria ma sempre col pensiero rivolto allo studio della rabbia. Gli studi di Jenner sui vaccini ispirarono Pasteur che fece molti esperimenti di vaccinazione antirabbica sui cani ottenendo grandi successi. Un giorno, saputo degli studi di Pasteur sulla rabbia, gli fu portato un bambino morso da un cane idrofobo. Pasteur ricordava benissimo il trattamento di cauterizzazione che dava molte probabilità di vittoria contro la rabbia, visto da ragazzino e così, tra le critiche di molti colleghi, il 6 luglio 1885, iniettò il vaccino per la prima volta su un essere umano a un ragazzo di nome Joseph Meister, che era stato morso da un cane rabido. La cura ebbe pieno successo e Destino potè vedere la lancetta dell’orologio di giusto tempo per l’evento posizionarsi sullo Zero. Il segnale di antirabbica OK venne trasmesso ad ALTO. Cap. 10 Missione lunare Apollo 11 ALTO osserva tutto l’andamento della missione prima della partenza e scopre che un problema tra i tanti, in particolare, impedirà il ritorno sulla Terra dei due astronauti scesi sulla Luna: Armstrong ed Aldrin. Ma ALTO aveva deciso che essi dovessero tornare a Terra e quindi dette a Destino l’ordine di intervenire. La levetta dell’interruttore di accensione del motore del LEM era difettosa di fabbrica e si sarebbe rotta al momento dell’azionamento impedendo per sempre il decollo e condannando a morte i due uomini; ma questo non era voluto da ALTO che attivò Destino e questi si attivò per chiamare Caso. Quest’ultimo, “casualmente”, passava di lì e “per caso” conosceva già la sua missione. Prese dunque con sé Fortuna e scesero a Huston mentre era in corso la spunta della check list di avviamento al lancio. Il comandante spuntava le voci della lista con una penna a sfera. Al termine della spunta, per Fortuna una chiamata via radio distrasse Aldrin che dimenticò di riconsegnare la penna che rimase così nel LEM del Columbia. La missione partì regolarmente e Destino vide che i vari e non pochi problemi potevano essere risolti autonomamente dall’equipaggio con l’aiuto della base a Terra. Terminata la missione scientifica lunare, i due astronauti risalirono sul LEM per decollare verso il Columbia che era in attesa orbitando attorno alla Luna. Ma ecco l’imprevisto; Nel riarmare l’interruttore della messa in moto del motore del LEM, la levetta, difettosa, saltò impedendone assolutamente la ripartenza. Sarebbero stati condannati ma, per Caso, ad Aldrin cadde l’occhio sulla penna “dimenticata” per Fortuna a bordo dopo la check list. Utilizzando la punta della penna, Aldrin riuscì ad attivare l’interruttore di ripartenza. Dal suo monitor, Destino osservò soddisfatto il decollo della Eagle dal terreno lunare. Cap. 11 Invenzione del Pacemaker Destino doveva fissare, per ciascun vivente, la data e il momento della sua morte. Tuttavia, in non pochi casi, non era contento di doverlo fare poiché l’età della loro morte anticipava, e non di poco, l’età media alla quale le persone venivano chiamate. Dall’analisi della linea temporale terrestre, si avvide che un orologio di “giusto tempo per l’evento” aveva la sua lancetta che si avvicinava a tale momento e contemporaneamente, la linea temporale mostrava una derivazione con un’altra linea apparentemente incongruente, ma che aveva effetto in tutt’altra direzione. Analizzando questa derivazione e le sue notevoli conseguenze future notò che l’evento che si stava per realizzare poteva influire sulla durata della vita delle persone destinate a morte anzitempo. Purtroppo qualcosa stava ostacolando la nascita dell’evento atteso. Per poter iniziare una missione, era però necessario attendere lo sviluppo della linea temporale principale dalla quale si dipartiva l’altra linea diretta nella direzione da Lui desiderata. Cominciò pertanto a seguire su un monitor, gli eventi della linea principale cercando il punto ottimale dove intervenire per accelerare la cosa in modo che l’evento avvenisse esattamente quando destinato. Scienziato (in questa occasione era un gruppo di tre studiosi: Si trattava di Bardeen e Brattain della squadra guidata da Shockley). Nell’anno 1947 lavorava in un importante laboratorio di ricerca elettronica (Bell). Si trattava di una ricerca finalizzata a trovare una tecnologia diversa dai tubi elettronici (valvole termoioniche) per amplificare i segnali elettrici. La ricerca era motivata dai problemi di consumo elettrico e di affidabilità non a lungo termine dei tubi elettronici e per le comunicazioni internazionali, data la difficoltà di intervenire sui cavi sottomarini, era dunque importante trovare sostituti ai tubi elettronici e altrettanta importanza aveva per i militari che volevano apparati radio robusti, leggeri e affidabili a lungo termine. Mentre il direttore della ricerca (Shockley) studiava le cose a livello teorico, i due esecutori operavano su una piastrina di germanio facendo misurazioni di vario tipo, senza però venire a capo della faccenda. Destino decise allora di intervenire. Convocò Caso, che, come sappiamo, per puro caso si trovava già lì e già conosceva, sempre per caso la sua missione. Caso interpellò Possibilità che fornì il suo consenso attivando Probabilità, che a sua volta fece intervenire Fortuna. Fortuna fece intuire ai due ricercatori il tipo di misurazioni che andavano eseguite per risolvere il problema. - Guarda qui, Bardeen, le piccole variazioni di corrente che immettiamo nella piastrina che funge da base di lavoro, vengono riprodotte, più grandi e invertite di fase sull’elettrodo di alimentazione negativa. Il 30 Giugno del 1949 venne annunciata al mondo l’invenzione del transistor a punte di contatto. Destino osservò la lancetta posizionarsi esattamente sulla linea “giusto tempo per l’evento”. Ora però si trattava di intervenire di nuovo circa il problema iniziale, cioè quello di prolungare certe vite della nuova misura stabilita da Destino stesso. Scienziato (in questa occasione l’ing. Wilson Greatbatch), venuto a conoscenza dell’invenzione del transistor, perfezionò la sua laurea con un master per utilizzare la nuova invenzione al fine di rilevare e amplificare i segnali elettrici del cuore nel caso delle aritmie cardiache. Destino, dalla sua console, rilevò che Scienziato lavorava su una strada sbagliata, per il Suo scopo. Così, senza un intervento del destino, Le persone che avrebbero dovuto vivere ancora un poco sarebbero dovute morire anzitempo. Pensò allora di convocare Caso, il quale, per puro caso, era già entrato nella sala e sempre per caso, conosceva già la sua nuova missione. Caso, sentito il parere positivo di Possibilità, inviò in missione, nel laboratorio di Scienziato, Sfortuna e Fortuna insieme. La seconda doveva mettere bene a punto l’intervento della prima. Scienziato progettò il dispositivo rivelatore usando i nuovi transistors, ma nel calcolo di una resistenza, Sfortuna intervenne causando una svista che dette a tale resistenza un valore errato. Inserita tale resistenza nel circuito rilevatore, Sfortuna lasciò il posto a Fortuna la quale intervenne su Scienziato, nel momento in cui accese il dispositivo e sull’oscilloscopio, invece del battito cardiaco, vide una serie di impulsi alla frequenza standard dei battiti cardiaci. Inizialmente perplesso per il comportamento inatteso del dispositivo, fu però illuminato dal valore della frequenza degli impulsi e cambiò immediatamente il fine del suo dispositivo. Con quel valore sbagliato di resistenza, l’apparecchio poteva essere usato, non per rilevare le aritmie ma piuttosto per stimolare un cuore aritmico dandogli il giusto segnale di tempo per funzionare regolarmente. Era nato il pacemaker. Le verifiche sperimentali assieme ai chirurghi diedero esito positivo. Il dispositivo fu brevettato. Destino osservò compiaciuto che Morte si teneva lontana dalle persone con il pacemaker impiantato, fino al momento per loro destinato. Capitolo 12 la personalità dell’Uomo è innata oppure viene formata? Uomo si rivolge a Scienziato, impersonato qui dal trio (James Watson, Francis Crick e Rosalind Franklin scopritori della doppia elica del DNA). - Caro scienziato, solitamente sei tu che ti rivolgi a me, ma stavolta ho una curiosità che forse tu puoi soddisfare. Per quanto attiene alla personalità individuale, è mia convinzione (forse non esatta) che la personalità venga formata, nel bambino molto piccolo, da una quantità di fattori esterni, come, ad es. L’educazione impartita dai genitori, dalla scuola, anche come ambiente di comunità oltre che di insegnamento, dall’influenza dei mass media, la TV in particolare, le amicizie, i genitori degli amici e quant’altro; insomma dal suo contesto sociale dove vive e cresce. Tale convinzione nasce da quanto vedo nei bambini che, crescendo, diventano prima ragazzi e ragazze e poi uomini e donne e molto spesso somigliano, nel comportamento ai propri genitori. Tuttavia osservo delle curiose deviazioni da tale tendenza e allora, mi sorge, a volte, il dubbio che possa esservi dell’altro che non conosco o non capisco (a parte l’infedeltà della donna). - Caro Uomo, mi fa piacere che tu ti rivolga a me di tua iniziativa. La questione che sollevi, non è di poco conto. Potrei darti una risposta immediata, certa e concisa, ma sono certo che non ne saresti soddisfatto, allora ti devo delle spiegazioni, innanzitutto come premessa alla mia risposta e successivamente come epilogo. Ma cerchiamo di non tirare in ballo la Filosofia altrimenti non finiamo più. Come sai, Noi (non è plurale maiestatis ma è che siamo in tre) siamo gli scopritori della doppia elica del DNA. Per questo, esclusa la donna, noi due abbiamo avuto il Nobel per la medicina nel 1962. La donna non c’era perché è prematuramente morta di cancro a 38 anni, tuttavia il suo apporto determinante non è stato riconosciuto, post mortem, al momento della premiazione a causa di una scorrettezza di Watson nei suoi riguardi che non sto qui a dettagliare per non dilungarmi troppo. Dunque, riprendendo il discorso di prima, dopo la scoperta del DNA si è proceduto, prima alla sequenziazione dei geni e successivamente alla mappatura completa del DNA umano, composto da circa tre miliardi di elementi. E qui arriva il bello, poiché, circa gli animali ed in particolare, sono stati studiati i cani, dei quali è stato sequenziato e mappato il DNA ed è risultato che esistono dei geni che predispongono l’animale alla ferocia o alla calma. Dunque, se un cane nasce con tali geni nel suo DNA, sarà, al di là dell’addomesticamento, un cane cattivo. Ad esempio del tipo che azzanna il bambino del padrone se gli torce la coda, mentre un altro cane, senza i geni cattivi, si limita a fuggire abbaiando e guaendo e continua ad abbaiare al bambino se questo mostra di avvicinarsi, ma senza azzannare, limitandosi solo a spaventare il piccolo. Ora, parlando di cani, il discorso è semplice e non solleva questioni; molto diverso è il discorso se si parla di persone. La scoperta di geni “malvagi” nel DNA umano solleva complicate questioni di etica, di morale e di religione. A proposito di religione, i cattolici conoscono la parabola del buon grano e della zizzania. Il mondo è il campo dove Dio ha seminato del buon grano (le persone buone), ma al momento della fruttificazione, i servi scoprono, nel grano, la zizzania (quelle cattive). I servi credono al padrone che dice loro che è stata opera del nemico che nottetempo ha seminato la zizzania. Ma facciamo un discorso diverso, cioè immaginiamo che non si tratti affatto di zizzania ma di un tipo di grano difettoso dove, nel campo, nascono, in gran parte buone spighe ma anche, in parte minore, pessime spighe con poco frutto o addirittura marce. Eppure il seme è stato acquistato tutto della stessa partita, allora come mai accade questo? Ecco, diciamo che tra i geni di alcuni dei semi compaiono quelli cattivi. Allora cosa fare? La soluzione migliore è quella di far crescere e fruttificare tutto il campo e poi, al momento della mietitura, si elimineranno le spighe difettose bruciandole mentre la massa di quelle buone andranno in granaio. Ma questa, per un campo di grano è una soluzione, in quanto le spighe cattive non danno gran fastidio a quelle buone, a parte il fatto di sottrarre loro un poco di nutrimento, ma la terra è tanta e non succede nulla. Fuor di metafora, tornando all’uomo, il discorso è molto diverso in quanto l’uomo cattivo fa del male ai suoi simili, addirittura li uccide e spesso uccide più persone, cosa che le spighe cattive non fanno. Allora, secondo Natura, dovremmo lasciar fare loro del male senza intervenire, assistendo inerti alle loro malefatte? Ma l’uomo non è fatto per questo; il suo innato senso della Giustizia interviene, ma qui viene il bello, anzi il brutto perché abbiamo due tipi di persone nel mondo, vi sono i buonisti, cioè molti che perdonano o che offrono una seconda occasione ai cattivi e anche una terza occasione e ci sono i rigorosi e severi che esigono piena giustizia e anche la pena di morte per gli assassini. A questo punto il discorso prende necessariamente una piega politica poiché la parte sinistra dell’umanità è buonista e permissiva, mentre la parte destra è rigorosa e severa e così avviene, naturalmente, che chiunque abbia cose da nascondere o sappia di comportarsi non troppo bene, darà i suoi voti a sinistra assieme ai buonisti che faranno altrettanto per loro predisposizione permissiva, mentre gli altri voteranno a destra per far valere pienamente la Legge e l’Ordine. Chi ha ragione tra i due tipi di persone? Si comprende bene la complessità della questione. Il fatto che subentri la politica in questo, complica terribilmente il problema in quanto, a causa della politica, il problema non può avere alcuna soluzione. Infatti quando governerà la sinistra si avranno leggi permissive ed ai criminali verranno riconosciuti dei diritti con pene leggere e facilitazioni di pena tipo, ad es.: licenze, permessi premio, sconti di pena, indulti, amnistie ecc. Mentre quando governerà la destra si avranno leggi severe, col minimo dei diritti umani. Allora si comprende bene chi voterà per chi. Poi ci sarebbe anche da fare un complicato discorso sull’etica per le conseguenze della manipolazione dei geni da parte di noi scienziati. Il nostro massimo scopo è quello di favorire l’umanità. Potrebbe essere possibile, per esempio, mappare il DNA di un nascituro quando si trova ancora nella fase di morula, quando cioè le prime otto cellule del futuro embrione non sono ancora differenziate. Da qui scoprire se il nascituro ha predisposizioni genetiche a un qualche tipo di malattia ed in tal caso, correggere il suo genoma. Chi non vorrebbe dei figli perfettamente sani? Ma poi le pretese potrebbero aumentare e certamente lo faranno. Allora ci saranno genitori che pretenderanno un figlio biondo, con occhi azzurri, maschio o femmina con caratteristiche sessuali nettamente marcate così da non incorrere nel fenomeno dei gay o delle lesbiche o dei transessuali, alto, slanciato ma soprattutto sano di corpo e di mente e magari anche più intelligente della media. Ma potrebbero esistere, grazie all’utero in prestito, anche coppie omosessuali che pretenderebbero un figlio gay o una figlia lesbica. Ma dato che ogni medaglia ha il suo rovescio, naturalmente subentreranno i militari nelle ricerche per avere ottimi combattenti, ottimi tattici e ottimi strateghi e naturalmente, la parte militare della ricerca avrà il sopravvento e così com’è accaduto per l’energia nucleare, prima delle centrali atomiche si è costruita e usata la bomba atomica. Così, prima degli usi civili a buon fine ci saranno gli usi militari, con tutto quello che ne potrebbe conseguire. Insomma, per concludere il discorso, pur lasciando, per brevità, in sospeso una quantità di questioni morali, etiche e religiose, possiamo dire che, certamente, l’educazione, la scuola, i genitori insomma tutto il contesto sociale in cui si sviluppa un bambino o una bambina, forniranno un’impronta importante nell’infanzia e nell’adolescenza, ma, nel lungo termine, nell’età pienamente adulta, emergeranno gli effetti del suo genoma e vinceranno su ciò che era prima il ragazzo. A ulteriore dimostrazione di quanto affermo, ricordo un particolare metodo di insegnamento, possibile solo a menti superiori; questo metodo si chiama “Maieutica” ed è stato inventato da Socrate (una mente decisamente superiore). Alla base del metodo, dice Socrate, c’è il fatto che noi sappiamo già tutto, dentro la nostra mente; si tratta solo di riuscire ad estrarlo e farcelo scoprire da soli ed il maestro non deve insegnare o spiegare assolutamente nulla, deve solo guidare, con una serie di opportune domande, l’allievo a scoprire da sé, nella sua sola mente, la nozione che si sarebbe dovuta spiegare con i normali metodi d’insegnamento. Improvvisamente l’allievo scopre da solo, con stupore, la nozione che il maestro intendeva far riemergere dal suo inconscio già sapiente. Come esempio pratico, Socrate parla con un suo conoscente, un certo Menone e gli dice: Mandami un tuo servo, il più ignorante di tutti, ed io ti dimostrerò che egli già conosce il teorema di Pitagora senza che nessuno glielo abbia spiegato prima. Menone gli mandò un servo analfabeta e Socrate, facendo solo una serie di domande al servo, lo portò a scoprire in sé stesso il teorema di Pitagora. Poi disse allo stupito Menone: “ ho forse io fornito la minima spiegazione al tuo servo? No di certo, rispose Menone, hai fatto solo domande e lui ha dato solo risposte. Dunque, disse Socrate, vedi che la conoscenza è innata dentro di noi. Il maestro serve solo a risvegliare le nozioni che in noi dormono, ma sono già presenti. Ecco, questa è la mia risposta, adesso traine tu le conclusioni, come preferisci. Mentre Destino osservava le molte linee temporali, ALTO, compiaciuto dal comportamento della Sua catena di comando e controllo, si sdraiò su una nuvola e si concesse un profumatissimo sigaro di S. Pedro riposando tranquillo mentre i suoi dipendenti lavoravano secondo quanto disposto dal suo delegato: Destino. ALTO si disse di avere offerto all’Uomo possibilità immense, tutte utilizzabili nel Bene e nel Male, ma io l’ho reso, entro i limiti della logica, libero e potrà fare ciò che vuole senza la MIA interferenza, almeno fino al termine della specie umana ed il suo rimpiazzo con un altro tipo di specie intelligente che comincia già a prendere forma umanoide. Fine (per ora…)

corrente continua contro corrente alternata

Corrente continua contro corrente alternata All’epoca di Alessandro Volta, dopo l’invenzione della sua famosa pila, l’elettrotecnica iniziò lo sviluppo della sua tecnologia primitiva, sulla base della corrente continua, poiché tale è la corrente generata da una pila. Successivamente, con l’invenzione delle dinamo (generatori di corrente continua) e con l’aumento di richiesta di energia elettrica da parte dell’industria e della popolazione, sorse il problema del trasporto a distanza dell’energia. I potenti generatori (a bassa tensione continua) non erano vicini ai punti di utilizzazione e perciò molta energia andava dispersa in calore, durante il suo trasporto, a causa soprattutto dell’effetto Joule, dovuto alla resistenza elettrica dei conduttori. Allo scopo di limitare le perdite i conduttori di trasporto dovevano essere di molto grande diametro, oppure in quantità connessi tra loro in parallelo, con costi quindi molto alti. Ad un certo punto, Thomas Alva Edison e Nicola Tesla, entrarono in conflitto tecnico dopo la scoperta della corrente alternata. Questi due, entrambi geniali inventori, avevano però profili professionali molto diversi tra loro; infatti, mentre Edison era molto orientato alla sperimentazione pratica immediata, Tesla era invece soprattutto un ingegnere teorico-concettuale. Da tale differenza nacque il loro disaccordo circa l’uso di corrente continua o corrente alternata. L’uso della nascente corrente alternata, implica la conoscenza di concetti matematici che per Edison erano fumosi ed oscuri mentre Tesla li maneggiava con disinvoltura. Infatti, la corrente alternata implica la conoscenza della trigonometria, dei numeri immaginari e dei numeri complessi. Implica i concetti di reattanza, sia capacitiva che induttiva, il concetto di impedenza in sostituzione ed in aggiunta al concetto molto elementare di resistenza ohmica. Questi concetti erano invisi ad Edison che, non essendo in grado di comprenderli, optò senz’altro per l’uso della corrente continua, semplice, lineare e comprensibile a tutti (soprattutto a lui). Inoltre, per facilitare il trasporto della corrente alternata col massimo dell’efficienza, era necessario innalzare la tensione a valori molto alti per l’epoca e questo fece pensare ad Edison che la corrente alternata fosse una cosa pericolosa per l’uomo e decise di dimostrarlo con un raccapricciante esperimento sulla pubblica piazza, così da disincentivare l’uso della complicata corrente alternata. Fece quindi montare sul posto delle prese di alta tensione alternata, vi fece portare una mucca destinata al macello, collegando le sue zampe bagnate ad appositi bracciali collegati all’interruttore dell’alta tensione e quando molta gente si era radunata per osservare incuriosita cosa poteva accadere con la corrente alternata, Edison attivò l’interruttore e la povera bestia stramazzò al suolo tra orribili convulsioni e puzza di carne bruciata restando fulminata. Edison era già una persona di fama mentre Tesla era quasi sconosciuto al pubblico e quindi, in quell’occasione, ebbe facilmente partita vinta e la gente ebbe timore della corrente alternata. Immaginate le discussioni dell’opinione pubblica, un po’ somiglianti a quelle tra fautori e contrari all’energia nucleare al giorno d’oggi, fatte ovviamente le debite proporzioni di pericolosità. Tuttavia il progresso è inarrestabile e gli indubbi vantaggi della corrente alternata si imposero, soprattutto tra i giovani ingegneri che non avevano problemi con la matematica. Il trasporto dell’energia poteva avvenire (cosa impensabile con la corrente continua) a molto grandi distanze e con perdite trascurabili, grazie all’uso dei trasformatori ad alta ed altissima tensione. Da allora, la corrente continua per usi pubblici di potenza è caduta in disuso e ancora oggi le reti di distribuzione lavorano esclusivamente in corrente alternata, nonostante la necessità della sincronizzazione dei generatori, che però non è un problema. Ma, nel frattempo, il progresso tecnico è avanzato a dismisura, così che oggi sarebbe possibile, grazie alla tecnologia moderna, tornare a riutilizzare la corrente continua anche per il trasporto a grandi distanze. I vantaggi, al giorno d’oggi, proprio grazie alle attuali tecniche di switching, non sarebbero trascurabili: 1°) Centrali elettriche molto più piccole ed economiche, con generatori assai più piccoli a parità di potenza erogata; 2°) Sottostazioni e cabine di trasformazione molto più piccole ed economiche; 3°) Nessuna necessità di sincronizzazione della fase nel collegamento tra generatori; 4°) Maggiore semplicità ed economia a livello d’utenza nei circuiti di alimentazione; Questi alcuni dei vantaggi più notevoli, soprattutto i primi tre punti. Certamente ci sono problemi tecnologici da risolvere, in quanto questa cosa non è stata più pensata. Si dovrebbero studiare transistori e mosfet funzionanti dai 60 ai 120 KV. Con potenze in gioco di svariati MW. Questa sarebbe una grande sfida, oppure ricorrere a collegamenti in serie-parallelo di appropriati semiconduttori. Tuttavia, i grandi progressi ottenuti dalla tecnologia dei semiconduttori in questi ultimi sessant’anni, mi porta a pensare che la sfida del controllo dell’alta tensione continua ed il necessario rinnovamento degli apparati di bassa tensione a livello di utenza sarebbero un ulteriore incentivo all’economia ed al progresso. Immaginate, ad esempio, una centrale idroelettrica da un migliaio di MW, che adesso occupa un intero grande edificio, ridotta, a parità di potenza, in 4 stanzette. Oppure una sottostazione di trasformazione di pari potenza, che oggi occupa un paio d’ettari di terreno ridotta a solo due o tre decine di metri quadrati. E questo vale anche per le cabine di trasformazione a bassa tensione che si ridurrebbero solo ad un paio di metri cubi di volume con notevole economia di costruzione. Per il trasporto dell’energia si potrebbero continuare ad utilizzare le normali reti ad alta, media e bassa tensione, senza la necessità di sostituirle. Certo questo comporterebbe un gigantesco lavoro di riorganizzazione di tutto il sistema elettrico internazionale ormai consolidato da innumerevoli decenni e certamente l’idea, come tutte le nuove idee, potrebbe avere, se venisse diffusa, feroci detrattori e accaniti sostenitori anche tra gli esperti del settore. Magari potrà, nel breve-medio termine, anche venire affossata dalle ancorché valide ragioni economiche degli oppositori; ma io penso che il progresso sia inarrestabile e prima o poi qualcuno comincerà seriamente ad investire denaro su questa idea di grande portata in grado di realizzare un’economia di scala nella generazione, nel trasporto e nell’import-export dell’energia.

cervelli organici in rete

Cervelli organici connessi in rete. Tempo addietro ho letto, tramite Twitter, un breve post ove si descrive un esperimento nel quale, i cervelli di due ratti, connessi via radio tramite un’opportuna interfaccia, cooperano nella soluzione di un semplice problema, quale individuare un pulsante da premere per avere del cibo. E’ risultato che uno dei due ratti, addestrato a premere il giusto pulsante ha trasmesso “telepaticamente” all’altro ratto, non addestrato, quale pulsante premere dalla sua parte. I futuri sviluppi prevedono la possibilità di connettere in rete tra loro molti cervelli organici per realizzare un unico mega-computer organico. Com’è ben noto, la scienza in sé non è malvagia, tuttavia, l’uomo può utilizzare le scoperte e le invenzioni sia in modo benigno, cioè utili all’umanità e portatori di nuovo benessere e nuova ricchezza, sia malvage, cioè nuove applicazioni militari e nuove armi di distruzione di massa. Ma in questo caso particolare, ciò che è intrinsecamente malvagio è proprio quest’idea dell’utilizzo di cervelli, di ratti in prima battuta, ma poi? Non c’è il minimo dubbio che la malvagità dell’uomo possa esplorare anche il lato oscuro di questa scoperta, portandolo fino alle più estreme conseguenze e magari, invece di dare una ricompensa ai cervelli che dovrebbero risolvere un qualche problema, utilizzare il dolore, sempre più forte e sempre più continuo, per obbligare la rete di cervelli organici a lavorare più in fretta possibile. E’ vero che il cervello in sé è un organo che non sente il dolore, tuttavia è in grado, come ben sappiamo tutti, di provare il dolore e certamente si installerebbe un apposito “organo del dolore” collegato ad uno o più cervelli per far arrivare alla rete la sensazione di dolore proveniente da quell’organo apposito che potrebbe venire in qualche modo stimolato all’orribile scopo. Lessi, molti anni or sono, un romanzo di fantascienza che narrava di un qualcosa di simile, anche se in quel romanzo non si faceva riferimento a cervelli organici, tuttavia, la rete di quei “cervelli” era sottoposta ad una pressochè continua sensazione di forte dolore per costringerli a lavorare di più. La lettura di quel romanzo mi ha inorridito ma ho tirato, all’epoca, un sospiro di sollievo al pensiero che i nostri computer inorganici non conoscono il dolore, ma ora, questa notizia mi fa rabbrividire e pensare che la malvagità umana, nel nome della scienza, non ha limiti né confini. Ritengo giunto il momento di mettere un forte freno allo sviluppo tecnologico e vietare, con leggi internazionali, questo tipo di sperimentazione. Ma ho paura che ci sarà qualche governo di qualche nazione che in barba ai divieti poi operi proprio in questo senso. E adesso, pover’Uomo?

profezia di Yeltsin 1995

La profezia di Yeltsin nel 1995 15/02/2023 Fonte East Journal del 15/2/2023: discorso di Eltsin nel 1995: “Coloro che insistono su un’espansione della NATO stanno commettendo un grave errore politico. Le fiamme della guerra potrebbero esplodere in tutta l’Europa.” La "profezia" di Eltsin si sta avverando.Le repubbliche baltiche sono da tempo nella NATO. ciò costituisce la premessa di una guerra in tutta Europa in quanto, la Russia, per riprendersi tali repubbliche è costretta ad attaccare la NATO. Questa DEVE intervenire a difesa e da qui l'allargamento della guerra in Europa. Chi parla di invasione russa in Europa occidentale sbaglia di grosso. Ciò che serve alla Russia è soltanto una sufficiente zona cuscinetto per tenere la NATO a distanza di sicurezza, cioè fuori dai confini della ex URSS. Per questo sono a rischio le repubbliche baltiche. Ma queste sono NATO, da qui il rischio grosso dell'avverarsi della "profezia" di Eltsin. Non si comprende che la causa della guerra non è Putin. Chiunque altro al suo posto avrebbe fatto lo stesso, per garantire alla Russia una zona cuscinetto che sta scomparendo a causa dell'eccessivo allargamento ad est della NATO. Da noi si parla di politica interna e PD e non si pensa al gravissimo rischio che corre l'Europa a causa della presenza della NATO nelle repubbliche baltiche. Come ha detto Eltsin nel '95, si rischia d'infiammare con la guerra tutta l'Europa proprio a causa di questo grave errore. La vicinanza della NATO ai confini russi rappresenta una minaccia per la Russia ed una fonte di guerre russe che hanno il solo scopo di creare un'indispensabile zona cuscinetto per tenere la NATO (cioè gli USA) a debita distanza. Poi toccherà, forse, alle repubbliche baltiche. Ora si vogliono mandare in Ucraina aerei da combattimento di ultima generazione. Questo potrebbe venire interpretato dai russi come il superamento della "linea rossa" che costituirebbe il "casus belli" per una guerra diretta contro la NATO, per questo ora la Russia sta ammassando una enorme quantità di uomini e mezzi nel Baltico nella previsione di dover forse combattere direttamente l'America in Europa. Che Dio ci aiuti.

sabato 13 aprile 2024

Vita dopo la morte???

All'eterna domanda:"c'è vita dopo la morte?" Ho trovato su Quora l'interessante risposta data da una donna e voglio riportarla qui sotto: Come spieghi la vita dopo la morte a qualcuno che non ci crede? "Nel grembo di una madre c'erano due bambini. Uno ha chiesto all'altro: "Credi nella vita dopo il parto?" L'altro rispose: "Perché, certo. Ci deve essere qualcosa dopo il parto. Forse siamo qui per prepararci a quello che saremo più avanti.” "Sciocchezze" disse il primo. "Non c'è vita dopo il parto. Che tipo di vita sarebbe?” Il secondo disse: “Non lo so, ma ci sarà più luce che qui. Forse cammineremo con le gambe e mangeremo dalla bocca. Forse avremo altri sensi che non possiamo capire ora.” Il primo rispose: “È assurdo. Camminare è impossibile. E mangiare con la bocca? Ridicolo! Il cordone ombelicale fornisce nutrizione e tutto ciò di cui abbiamo bisogno. Ma il cordone ombelicale è così corto. La vita dopo il parto deve essere logicamente esclusa.” Il secondo ha insistito: "Beh, penso che ci sia qualcosa e forse è diverso da quello che è qui. Forse non avremo più bisogno di questo cordone .” Il primo rispose: “Sciocchezze. E inoltre, se c'è vita, allora perché nessuno è mai tornato da lì? Il parto è la fine della vita, e dopo il parto non c'è altro che oscurità, silenzio e oblio. Non ci porta da nessuna parte.” "Beh, non lo so", disse il secondo, "ma certamente incontreremo Madre e lei si prenderà cura di noi". Il primo rispose: “Madre? Credi davvero nella madre? È ridicolo. Se la Madre esiste, dov'è ora?" Il secondo ha detto: “È tutta intorno a noi. Siamo circondati da lei. Noi siamo di Lei. È in Lei che viviamo. Senza di Lei questo mondo non esisterebbe e non potrebbe esistere”. Disse il primo: “Beh, non la vedo, quindi è logico che non esista.” Al che il secondo rispose: "A volte, quando sei in silenzio e ti concentri e ascolti davvero, puoi percepire la sua presenza e puoi sentire la sua voce amorevole, che richiama dall'alto". Allora il primo: “ però, da lì nessuno è mai tornato indietro per dirci come stanno le cose in realtà.

venerdì 12 aprile 2024

Antichi ricordi 2

Antichi ricordi, continuazione

 

Roma, 12/04/2024

ANTICHI RICORDI, CONTINUAZIONE

 

Avevo cinque anni (era il 1946). Lo ricordo bene perché mamma e papà mi ripetevano spesso che l’anno dopo sarei andato a scuola, quella vera dove si studia, non come l’asilo, che detestavo cordialmente a causa del mio carattere asociale, dove si pensava solo a giocare. La guerra era finalmente terminata e il mio papà, che era prigioniero degli americani, era tornato a casa.

Prima del suo ritorno, la mamma ci teneva sempre viva la sua memoria in modi diversi ma sempre con lo stesso risultato (almeno per me) che era quello di un’attesa interminabile perché nei bambini la dimensione del tempo appare dilatata.

Un bel giorno di questa interminabile attesa, io mi trovavo in camera da letto (era l’unica vera stanza della mia casa di allora). Mia madre era portinaia e vivevamo, con la nonna (da parte di madre) in un seminterrato, che allora chiamavano scantinato. Mentre la nonna era in guardiola, la mamma sfaccendava per casa ed io gironzolavo per la stanza da letto, peraltro assai grande. Apro un attimo una parentesi per descrivere la mia casa di allora, chi vuole salti pure questa parte. La stanza aveva una finestra grande in alto esattamente a livello della strada (via Amerigo Vespucci) chiusa da sbarre verticali. Uscendo dalla porta si accedeva al corridoio che era, in realtà, un’altra stanza più piccola, di pianta quadrata con altre quattro porte. La prima, in fondo a sinistra, dava nel locale caldaia che riscaldava tutto il fabbricato. Attraversando tale locale si usciva da casa. Nel corridoio dormiva la nonna, mentre io, Anna, mia sorella più piccola di me di un anno, la mamma ed il papà dormivamo tutti in quella stanza. Io e Anna avevamo due lettini a destra e a sinistra del letto matrimoniale. Io dormivo sulla destra, accanto alla finestra; Anna sulla sinistra, dalla parte di mamma. Vicino a me c’era il papà.

Tornando al corridoio, le due porte sulla parete di fronte davano, quella di sinistra nel bagno (grande e spazioso), e quella di destra ad uno stanzino molto lungo ma stretto con una finestrella in alto che dava sul nostro cortile. Sulla destra c’era la porta che dava sulla cucina, molto grande, ma assai più lunga che larga. Questa terminava in una porta-finestra che dava sul nostro cortile privato. In un angolo del cortile c’erano due vasche di cemento appaiate con un tubo dal quale usciva giorno e notte, senza interruzione, una piccola quantità di acqua che impiegava un giorno ed una notte per riempire entrambe le vasche. Un tubo verticale rimovibile dal fondo, limitava il livello massimo dell’acqua scaricando quella in eccesso. Lì, nelcortile, c’erano anche i fili per stendere il bucato.

Chiusa questa pallosa parentesi torniamo al mio gironzolare per la stanza da letto con sempre questo senso di interminabile attesa del ritorno di mio padre dalla prigionia americana. La mamma ci aveva detto che il papà era di ritorno, stava in viaggio sulla nave e sarebbe presto arrivato. Solo che se ad un bambino si dice che un qualsiasi evento sta per accadere, lui si aspetta che sia di lì a poco e così quel viaggio di ritorno a me pareva interminabile (una settimana di navigazione). All’improvviso venne alla nostra finestra il portinaio del portone accanto, un uomo anziano un poco claudicante, ad annunciarci che il papà era sul lungotevere con due pesanti sacchi e lui doveva andare ad aiutarlo a portarne uno. Immaginate la nostra esultanza dopo l’interminabile attesa. Finalmente papà entrò in casa aiutato dal portinaio vicino con questi due grandi sacchi pesanti.

Uscito l’uomo tutti ci siamo dati da fare per vedere cosa c’era in quei sacchi. Lì dentro c’era ogni ben di Dio, tanta pasta, molte scatole di zollette di zucchero, tanti pacchetti di lamette da barba, tantissimi dolciumi di ogni tipo, tanto caffè da tostare e macinare e moltissime altre cose che non ricordo perché non rientravano nei miei interessi di bambino (ma certamente avranno interessato la mia mamma). Stando prigioniero in America, il papà aveva imparato l’Inglese americano. Al momento era disoccupato e doveva cercarsi un lavoro qualsiasi nel più breve tempo possibile per non pesare sulle spalle della mamma che già doveva badare a sua madre e a noi due (oltre che a sé stessa) con il solo magro stipendio del portierato ed una piccola pensione di nonna.

All’epoca il gas, che mancava da tempo immemorabile, non era ancora tornato e così la mamma si arrangiava a cucinare, a volte in cortile su un fornelletto a carbone, a volte in cucina sulla macchina del gas con le tavolette di “meta” come combustibile. Di fornelli elettrici neanche a parlarne poiché noi non avevamo un contatore della luce in quanto la portineria non pagava la corrente, però avevamo un limitatore di corrente che ci concedeva di accendere solo due luci di max. 40W ciascuna e quindi noi avevamo, in tutta la casa, lampadine a bassissimo wattaggio e la casa, di sera, era perciò sempre abbastanza oscura. Dopo un poco il papà ci annunciò che aveva trovato lavoro di meccanico, grazie alla sua conoscenza della lingua, presso una caserma occupata dagli inglesi. Doveva però andare via la mattina prima dell’alba e tornava a casa nel primo pomeriggio. Io andavo spesso a casa di un mio amichetto che abitava nel mio stesso piano seminterrato. Lì c’era luce in abbondanza, le lampadine erano forti in ogni stanza e non si doveva spegnere una luce per poterne accendere un’altra come a casa mia (lo stesso valeva per le altre case di altri miei amici). La casa aveva due camere e una delle due era subaffittata ad una signora con la figlia credo, diciottenne. L’affittuaria della casa si chiamava Ilde e viveva con suo figlio Nicola Ciavarella, che noi chiamavamo famigliarmente Nichi. Alla donna era stato concesso un posto alla manifattura dei tabacchi in quanto vedova di un martire delle fosse Ardeatine. Nichi aveva uno zio, fratello del suo papà (morto a causa di Pribke) che gli faceva da padre, ma non viveva  con loro. Andava saltuariamente a trovarli. Ricordo che era molto severo con Nichi e la cosa non mi piaceva perché ritenevo che, non essendo il padre non ne avesse alcun diritto; ma lui il diritto se lo prendeva da sé. Io non avrei sopportato quel modo di fare e mi sorprendevo che lo sopportasse pazientemente Nichi.

La mattina alle sette, d’inverno, veniva il fuochista a pulire la caldaia dalle scorie e dalla cenere ed accenderla poi. Una volta accesa e regolata se ne andava per tornare a circa l’ora di pranzo per una nuova carica di carbone. Poi tornava la sera per un’ultima carica forte che manteneva accesa la caldaia fino molto oltre la mezzanotte e perciò i termosifoni erano sempre caldi.

La proprietaria del fabbricato propose un giorno a mio padre di sostituire sia il fuochista che l’amministratore, pagandogli il servizio non certo come lo pagava ai due che lo svolgevano prima. Mio padre accettò le due incombenze e così imparai anch’io a fare il fuochista (in quel momento avevo terminato le elementari). Era però un lavoro che non mi dava soddisfazione perché troppo poco impegnativo. Quando facevo la terza elementare, mi donarono, per la “befana”, un bel meccano. Io mi ci divertivo tantissimo a costruire gru, teleferiche, carrelli che, tramite un lungo spago e una manovella, camminavano come una teleferica, però sul piano. Questo fece pensare ai miei che fossi versato per la meccanica e quindi decisero che, invece di fare le medie, dopo le elementari, avrei frequentato una scuola professionale per meccanici. Io non trovai nulla da obiettare, all’epoca. Poi mia madre, per aiutare l’istruzione scolastica mi comprò, un poco alla volta, un’enciclopedia monografica in otto grossi volumi (che ancora oggi possiedo, molto malridotti per l’uso intensivo che ne feci allora). Si chiamava “Enciclopedia del ragazzo italiano” (si sente ancora, nel nome, l’influenza del nazionalismo fascista) edita dalla Utet. Tale enciclopedia trattava monograficamente (non cioè come un dizionario enciclopedico), materie come Storia da quella egiziana fino a quella moderna, con una lunga parentesi su tutta la storia romana; biografie di grandi uomini tra scienziati e umanisti. Riassunti di grandi romanzi di grandi autori del passato, da Shakespeare a Manzoni, Dante ecc., grandi poeti con le loro principali opere. Poi ancora Scienze, Astronomia, Fisica, Chimica, Filosofia e poi, in ciascun volume, alla fine c’era un capitolo dedicato a cose che un ragazzo poteva fare in casa, solo con ciò che normalmente si trova in una casa per fare esperimenti e giochi di prestigio. Confesso che ben pochi me ne sono riusciti e quindi, quella parte era per me la meno interessante. Ho letteralmente divorato ogni volume più e più volte tanto che di ciascun argomento sapevo in quale volume cercare e pressappoco a che pagina andare. Ogni volume aveva quasi tutte le materie che ho nominato, organizzate per difficoltà crescente secondo il numero del volume. Nel primo le cose più semplici e appassionanti e via via sempre più complesse fino all’ottavo volume che narrava delle tecniche, allora più avanzate. L’unica materia mancante era la Matematica e quindi, tutte le cose scientifiche erano descritte esclusivamente in termini qualitativi; il che mi ha erroneamente portato allora a pensare che la matematica non servisse un gran chè.

Improvvisamente mia nonna fu colpita da un ictus che la semiparalizzò. Da quel momento visse seduta su una poltrona. Oggi si userebbe una sedia a rotelle ma all'epoca non era usuale. Mia nonna, fin da giovane, si lamentava di un lieve gonfiore sotto pelle su un lato della sua mammella sinistra ma nè lei stessa nè nessun altro dava peso alla cosa. Ma dopo l'ictus, (che allora si chiamava "trombosi"), quel lieve gonfiore esplose in un terribile cancro dopo vari decenni di latenza. Mia madre la curò e la accudì sempre con amore ma la sua situazione si aggravava sempre di più. Una brutta sera la situazione era così seria che mamma mandò a chiamare il prete. Venne don Schiaffino. Lui era il sacerdote addetto alle estreme unzioni. Un sacerdote veramente degno di tal nome. Lui celebrava la messa più importante della Domenica, ma non faceva "la predica". Questa la faceva, noiosa ed interminabile, il parroco don Arturo Monterumici. Egli venne dunque da noi e dette senz'altro l'estrema unzione alla nonna. Disse poi a mia madre, dall'alto della sua esperienza: "Non arriverà all'alba". Difatti, prima dell'alba mia nonna se ne andò lasciando un vuoto in famiglia. Torniamo ora ai miei studi.

Dunque, quando fu il momento, mi iscrissero all’istituto professionale Carlo Cattaneo, proprio di fronte casa mia. Le materie che ci insegnavano erano assai di più di quelle delle medie e assai più approfondite in quanto il ministero, ritenendo che chi usciva da quella scuola non avrebbe più studiato, ci impegnava a fondo. Ecco le materie che si studiavano allora alla Carlo Cattaneo: Matematica, fisica, disegno tecnico, tecnologia e laboratorio tecnologico, officina, italiano, storia e geografia, francese, scienze, educaz. Fisica e religione e scusate se è poco. Non avevamo latino.

Non pensate che venissero svolte alla leggera, tutt’altro. Per esempio, alla fine del terzo anno eravamo in grado, tutti quanti, di risolvere problemi di geometria solida che richiedevano l’impostazione e la risoluzione di un sistema lineare di tre equazioni con tre incognite, (alle medie se lo sognavano). A disegno tecnico eravamo in grado di disegnare tutti i dettagli di un pistone nelle tre proiezioni ortogonali e poi da queste potevamo ricavare il disegno del pistone in assonometria, sia isometrica che cavaliera. (Scusate se è poco). Eravamo perfino in grado di parlicchiare francese (non io che non ero versato per le lingue). In fisica avevamo fatto meccanica, acustica, ottica e termodinamica con qualche traccia di elettrotecnica (questa fuori programma)

Mentre il programma di italiano storia e geografia era pressochè uguale a quello delle medie (dal confronto coi miei compagni del palazzo che frequentavano le medie). A laboratorio tecnologico abbiamo imparato il funzionamento e l’uso delle principali macchine utensili (seghe a nastro, circolari anche alternative, tornio, trapano a colonna ecc. e tutto in condizioni di lavoro di assoluta sicurezza con tutte le precauzioni possibili e immaginabili per non farci fare male. In Officina facevamo “aggiustaggio” di alta precisione: incastri a coda di rondine o a denti quadrati con le superfici parallele, perfettamente in piano e in squadro. Ci impazzivamo col piano di riscontro col blu di prussia per verificare la planarità dei pezzi e col minimetro si verificava il parallelismo delle facce mentre col calibro ventesimale verificavamo la tolleranza delle misure. A tecnologia abbiamo appreso i processi di estrazione e lavorazione del ferro, della ghisa e dell’acciaio. Studiato il funzionamento degli altiforni, l’uso delle siviere e dei convertitori Martin Siemens e Bessel. Insomma questo vi dà un’idea di quella scuola che iniziavamo dopo la quinta elementare.  Si entrava la mattina alle otto precise e si usciva, quasi tutti i giorni alle 15, 15;30 con un brevissimo intervallo verso le dieci ed una pausa pranzo di cinquanta minuti. Al nostro confronto alle medie si riposavano.  Solo il sabato si usciva a mezzogiorno.

All’epoca, il percorso scolastico era piuttosto rigido. Chi, come me, dopo le elementari andava in una scuola professionale, non aveva l’ammissione alle scuole superiori. Le ragazze avevano un istituto professionale dove si studiava stenografia e dattilografia col metodo delle dieci dita (lo frequentava mia sorella Anna) oltre a merceologia storia geografia e italiano, francese, educazione fisica e religione. Il suo orario era assai più leggero del mio.

Chi usciva dalle medie poteva solo andare al liceo classico o ad un istituto tecnico (mi pare di ricordare che lo scientifico non era ancora stato istituito). Chi usciva da un istituto tecnico superiore, non aveva accesso all’università. Poi, naturalmente finito il liceo si doveva andare necessariamente all’università, ma all’epoca, la stragrande maggioranza dei ragazzi e delle ragazze facevano solo scuole professionali, pochi propendevano per gli istituti tecnici, e poi subito al lavoro. L’università era a numero chiuso e costosissima. Nel palazzo dove abitavo c’era, tra tanti ragazzi, un solo studente universitario (Alberto), di tre anni più grande di me, che era molto amico mio, lui studiava legge, mentre nel portone a fianco c’era solo un altro ragazzo (Giorgio), coetaneo di Alberto, che faceva filosofia ed era amico nostro, mentre in tutta la strada c’era una sola ragazza, coetanea dei due studenti, che studiava lettere alla Sapienza. Così partecipavo a interminabili discussioni filosofiche tra i due studenti, discussioni assai interessanti alle quali però la mia partecipazione era piuttosto scarsa in quanto dipendeva solo da quello che avevo letto con passione nella mia enciclopedia suddetta. Comunque ascoltavo sempre con grande interesse inserendomi nei loro complicati discorsi solo quando avevo la certezza di non dire castronerie.

Terminata la mia scuola professionale i miei pensavano, com’era uso comune all’epoca, di trovarmi un lavoro, ma un mio zio al quale eravamo tutti molto affezionati, si oppose dicendo che dovevo andare in un istituto tecnico e propose l’Enrico Fermi a Monte Mario. Lui poi mandò suo figlio ad un istituto tecnico per geometri (egli aveva frequentato le medie). Fu tale la sua insistenza che i miei cedettero ma scoprirono subito che l’accesso non mi era consentito poiché non provenivo dalle medie. Tuttavia furono informati che una remota possibilità esisteva: Avrei dovuto, in meno di tre mesi, studiare il programma di latino dei tre anni di medie e poi presentarmi a Settembre per un esame integrativo, che se avessi (improbabilmente) superato mi avrebbe equiparato alle medie e sarei entrato.

Si doveva dunque trovare immediatamente un bravo insegnante di latino disposto a fare questo lavoro estivo con me. Saputo il mio problema, quella ragazza che studiava lettere si offrì volontariamente di farmi da insegnante e così cominciò la mia lotta con le declinazioni, il dativo, il genitivo e una massa di grammatica da paura, qualche sommaria lettura di autori latini e studia, studia, studia, alla fine verso la metà settembre la testa mi scoppiava e non mi sentivo affatto pronto per affrontare l’esame integrativo. Capivo da solo che quanto non sapevo era enorme, tuttavia, quando fu il momento mi presentai coraggiosamente. Eravamo solo in due, io ed un altro che aveva fatto la stessa cosa mia. Non so come, superai l’esame, con grande soddisfazione della studentessa che mi aveva preparato. Iniziai così il primo anno al Fermi (elettronica e telecomunicazioni) Contrariamente all’ordine e alla precisione della C. Cattaneo, al Fermi regnava il caos. Per fare officina si doveva andare in un’altra scuola. I ragazzi provenienti dalle medie non avevano la minima esperienza d’officina e dovetti fare da insegnante. I lavori erano grossolani e imprecisi rispetto agli standard ai quali ero abituato, per carenza di attrezzature (non avevamo il minimetro per controllare il parallelismo ed i ragazzi affogavano il piano di riscontro col blu di prussia che il pezzo quasi ci galleggiava sopra e io dovevo pulirlo e stenderne un velo sottilissimo per ottenere la giusta precisione nella planarità. Non c’era un’aula attrezzata per il disegno tecnico e si dovevano disegnare le tavole sui banchi. Io che ero stato abituato ad un alto grado di professionalità nel disegno tecnico (ogni studente della Carlo Cattaneo aveva il suo personale tavolo da disegno che era quasi un tecnigrafo), ebbi l’impressione di essere tornato, in una scuola cosiddetta superiore, all’età della pietra.

Gli orari erano disordinati, un poco di mattina e un po’ di pomeriggio, spesso si doveva andare in altre scuole. Il corpo insegnante appariva demotivato e noiosissimo e una grande quantità di cose mi erano già ben note dall’avviamento mentre lì non ne sapeva niente nessuno e così avevo l’impressione che le cose andassero terribilmente a rilento e comunque di tutto si parlava meno che di elettronica che era la mia passione. Io la studiavo da solo comprandomi le riviste specializzate dell’epoca e così, al terzo anno, quando si cominciò a parlare degli strumenti di misura io ero moooolto più avanti della scuola. In breve persi la pazienza e decisi di studiare elettronica per conto mio per corrispondenza.

Ad un certo punto giunse la notizia che mia madre era incinta. La cosa, ero adolescente, mi scioccò e dissi che non volevo un altro fratello o sorella. Naturalmente poi nacque Daniela ed io mi ci affezionai subito. La piccola era molto carina e cresceva bene. Ma torniamo alla mia scuola.

Abbandonai quella noia mortale e mi iscrissi alla grande Scuola Radio Elettra. Questa non rilasciava un diploma valido ma solo un attestato, dopo un esame per corrispondenza. Per pagarmi quella scuola che era costosissima, per via della notevole quantità di materiali che spediva per le esperienze pratiche; mi trovai lavoro come operaio ascensorista. Mi assunse la Stigler-Otis (allora erano unite) come apprendista e mi associarono ad un “mastro” cominciando dalla manutenzione degli ascensori. Nel frattempo i miei studi personali di elettronica avanzavano alla grande. Avevo preso quella scuola molto sul serio e non andavo a guardare i risultati degli esercizi se prima non li avevo fatti da solo. Dove sbagliavo (era cosa assai rara) tornavo alla lezione teorica precedente e riguardavo attentamente l’argomento dove ero caduto fino a padroneggiarlo con assoluta abilità. A diciassette anni avevo già costruito una quantità di cose: Un tester, un provavalvole, un Oscillatore di alta frequenza, un alimentatore da laboratorio ed una quantità di ricevitori sperimentali del tipo “a reazione”. Alla fine del corso radio costruii un superbo apparecchio AM e FM con giradischi incorporato nella parte superiore. Funzionamento più che perfetto, cosa che dimostrò sia le mie capacità tecniche che le capacità degli ingegneri progettisti della scuola. Continuando a lavorare agli ascensori (lavoro che odiavo cordialmente ma che mi permetteva di sostenere l’altissimo costo della Radio Elettra) iniziai un nuovo corso sui transistor che erano, allora, una novità (seppi poi che i periti elettronici che uscivano dal Fermi ne avevano sentito parlare ma non ne sapevano niente). Questo corso fu molto più rapido in quanto il corso radio che avevo già fatto era un prerequisito indispensabile e quindi tutti i principi delle telecomunicazioni dell’epoca mi erano già famigliari. Al termine del corso mi ritrovai ad avere costruito un elegante piccolo ricevitore a transistor. Ma cominciavano a vedersi in giro i primi televisori. I miei non erano in grado di comprarsene uno ed allora accettai subito la nuova sfida e mi iscrissi al corso di televisione. Prima di compiere i ventuno anni avevo costruito un oscilloscopio (abbastanza economico) sufficiente per il servizio TV ed uno stupendo televisore da 23 pollici (in bianco e nero) con un bel mobile in legno lucido. Ovviamente anche questo funzionava alla perfezione e così i miei poterono guardare la TV (privilegio di pochi, all’epoca). C’era solo il primo canale e trasmetteva, in bianco e nero, solo di pomeriggio (poco) e di sera, mentre di mattina trasmetteva il monoscopio, immagine molto utile ai tecnici per la perfetta messa a punto di un televisore. Con le trasmissioni di Mike Buongiorno e quelle del sabato sera, la TV cominciò a diffondersi rapidamente e assieme a lei la mia fama di esperto tecnico TV. Quegli apparecchi di allora erano delicati  e si guastavano spesso e volentieri. I guasti più comuni riguardavano nell’ordine: l’alimentatore, il circuito di alta tensione, la “rialzata”, ed i trasformatori di riga e di quadro.  Ma io avevo un grosso problema commerciale. Mi vergognavo a chiedere denaro per le riparazioni che facevo e cedevo spesso alle richieste di sconti anche forti; insomma tanto ero in gamba come tecnico quanto ero una nullità come commerciale. Capii quindi che il lavoro in proprio non era per me. Cominciai a guardarmi intorno ma scoprii subito che non avevo credito perché non ero diplomato. Tutti volevano solo gente diplomata in elettronica (che abbiamo già visto come erano mal preparati). Intanto ero andato avanti senza accorgermene e sul mio lavoro di ascensorista mi avevano promosso “mastro”. Contemporaneamente mi arrivò la cartolina di arruolamento al servizio di leva. Intanto mi ero anche innamorato perdutamente di una ragazza del mio palazzo che aveva cinque anni meno di me. Ero timidissimo in amore e faticai un’enormità per riuscire a dichiararmi. Ma lei mi disse di no e la mia successiva corte serrata (non però a livello di stalking) non ottenne il minimo successo. Le nostre famiglie erano amiche e si frequentavano. Si andava al cinema insieme. La madre di lei (che aveva due bellissime sorelle) faceva dei lavoretti di sartoria per mia madre che ricambiava come maglierista. Più di una volta sono stato a casa loro per interventi sull’apparecchio radio e sul televisore. Una volta (era d’estate, le ragazze erano in vacanza ed io ero in ferie) mi chiamarono per installare il secondo canale sul loro TV. Ricordo che ero timidissimo con le donne. La sera prima mi procurai il materiale necessario e la mattina dopo, verso le otto, mi presentai alla porta. Mi aprì la madre e mi disse che le ragazze erano ancora a letto ma sveglie. Data la grande confidenza tra noi (ero cresciuto praticamente assieme alle ragazze e la prima era mia coetanea) mi fece entrare dov’era l’apparecchio (cioè nella camera delle tre ragazze). Queste non diedero il minimo segno di disagio mentre io, alla vista di tanta grazia di Dio in semi intimità avevo un forte batticuore e non riuscivo a connettere. Sono certo che si accorsero tutte della mia situazione perché ogni tanto partiva una frecciatina e ridacchiavano tra loro, il che accresceva il mio stato confusionale. Rischiavo di fare un fiasco con l’installazione, ma poi uscirono tutte dalla stanza e restai solo con l’apparecchio. Potei così recuperare la mia lucidità e scoprii che, con la testa tra le nuvole, stavo commettendo dei gravi errori. Non persi altro tempo, terminai rapidamente il mio lavoro facendomi pagare solo il materiale e scappai dalla loro casa semi-stravolto e senza salutarle.

I primi di luglio mi presentai al distretto militare e mi mandarono a Cagliari per il C.A.R. (Centro Addestramento Reclute).  Il viaggio di andata fu allucinante. La nave partì di sera, a mare calmo, dal porto di Civitavecchia ed il viaggio sarebbe durato per tutta la notte. Noi avremmo dovuto dormire in una specie di camerata con le cuccette che ci erano state assegnate. Verso le dieci di sera qualcuno cominciò ad andare a letto ed anch’io andai. Un’oretta dopo, tutti erano a letto e in quel momento la nave cominciò a rullare e a beccheggiare con forza sempre maggiore. Io non soffro di mal di mare, ma sono di stomaco assai delicato. La gente cominciò a vomitare ed il puzzo di acido gastrico si diffuse rapidamente nel locale. Io mi alzai velocemente e scappai all’aperto sul ponte per non vomitare a mia volta, ma non per il mal di mare. Moltissimi altri fecero altrettanto dopo di me e cominciarono senz’altro a vomitare sul ponte e sulle ringhiere e le balaustre della nave. Era buio pesto e dove si toccava era sporco di vomito. Tutto il ponte era coperto di poltiglia scivolosa e vomitevole ed io facevo sforzi sovrumani per non vomitare a mia volta. Andai a poppa, trovai un posto buio e non ancora sporco e mi sporsi leggermente fuori per respirare aria pulita. Vedevo la spuma bianca delle ondate che si frangevano contro la nave, vedevo la poppa sollevarsi enormemente sul mare e poi sprofondare nella gola dell’onda per poi risalire a notevole altezza sulla sua cresta, sentivo sul viso il vento fresco e forte del mare. Nel cielo un incredibile, mai visto sfolgorio di stelle e vidi, per la prima volta, la via lattea attraversare tutto il cielo trasversalmente. A Roma non l’avevo mai vista né avevo mai visto un tale sfolgorio di stelle. Quello spettacolo e quella sensazione distolsero la mia attenzione dalla vomitevole situazione tutto intorno a me e stetti molto meglio. Restai lì per non so quante ore, in piedi e senza dormire. Come Dio volle spuntò l’alba e contemporaneamente il mare si calmò. Alle prime luci lo spettacolo del ponte dove mi trovavo era rivoltante. Non c’era un centimetro quadrato che non fosse sporco di vomito, tutte le ringhiere comprese. Poi uscirono i marinai armati di potenti idranti e spazzarono in mare tutta quella porcheria. Grazie alla calma piatta che subentrò, tutti si sentirono meglio e sparirono nelle loro cuccette. Provai a farlo anch’io ma dovetti subito rinunciarvi perché il puzzo insisteva ancora nel locale e così me ne riandai fuori. Finalmente, dopo la terribile notte insonne, arrivammo a destinazione.

La vita all’aria aperta e la disciplina militare mi snebbiarono la testa dalla lunga, infelice cotta per quella ragazza e un bel giorno scoprii con piacere che non era più al centro dei miei pensieri. Anzi, non la pensavo proprio più. Fu una liberazione, una cupa presenza di infelicità aveva finalmente lasciato libero il mio cuore. Avevo solo timore della mia reazione quando, andando in licenza, l’avrei rivista. Timore che rivedendola tornasse nel mio cuore la sua cupa e infelice presenza costante e senza speranza. Non ho mai capito perché, dopo molti mesi di corteggiamento serrato non mi avesse mai concesso neppure un bacetto superficiale. Forse un motivo c’era, ma lo sapeva solo lei. Però ora penso di saperlo anch’io, ma adesso è tardi, è l’una e mezza di notte e me ne vado a dormire. Riprenderò domattina spiegando quale potrebbe essere il motivo dei suoi persistenti rifiuti.

Riprendo adesso con la mia spiegazione, l’unica che posso realisticamente ipotizzare.

Dobbiamo tornare indietro, alla mia età di undici anni. Dunque, a quell’età, già da qualche mese soffrivo di una misteriosa febbriciattola, che a me non dava alcun disturbo, ma i miei li vedevo decisamente preoccupati per questo e allora visite mediche, esami, radiografie ai polmoni,  esame del metabolismo basale e quant’altro. Alla fine di tutto, la diagnosi accertata fu che in un mio polmone era presente una traccia iniziale di focolaio tubercolare. Naturalmente, allora io non capivo quanto fosse grave la situazione in quanto non avvertivo alcun disturbo, neppure la tosse.

I medici dissero che si poteva risolvere senza problemi se avessi soggiornato in un centro specializzato per almeno un paio di mesi. Mia madre, preoccupatissima, ne parlò, tra gli altri, anche con la mamma delle tre sorelle e questa, che aveva un parente medico proprio in uno di tali centri, la indirizzò verso quel centro di prevenzione antitubercolare che lei conosceva. Tale preventorio si trovava in collina, a Fara Sabina, non lontano da Roma. C’era però un problema economico non di poco conto. Mio padre, che lavorava in proprio, non aveva l’assistenza medica, che allora si chiamava “cassa mutua” e quindi avrebbe dovuto pagare il mio soggiorno di tasca propria. Lui lavorava in proprio come piazzista di generi alimentari e lavorava per alcuni magazzini all’ingrosso guadagnando una piccola percentuale sugli ordinativi.

Per potermi mandare a quel preventorio di Fara Sabina ha perciò chiesto un prestito al padrone del magazzino per il quale lavorava maggiormente. Questi, persona veramente degna, appena saputa la ragione della richiesta approntò immediatamente la somma necessaria. Così fui mandato a Fara Sabina. Il preventorio, frequentato esclusivamente da maschietti della mia età (più o meno) fece il miracolo. La vita in collina, all’aria aperta sotto i pini, il mangiare molto appetitoso ed abbondante, le cure e le attenzioni quotidiane del personale medico e infermieristico, gli orari precisi dei pasti e del sonno furono assai efficaci. Dopo soli quindici giorni la febbriciattola persistente era scomparsa e alla fine del soggiorno i medici mi dichiararono fuori pericolo e mi rimandarono a casa. Nel frattempo mio padre rimborsava con piccole rate il prestito ricevuto (senza interessi) ed un certo momento disse contento alla mamma che il padrone del magazzino gli aveva condonato la rimanenza. Dove si trova, oggi, una simile persona?

Dunque, sei anni dopo, (17 anni) io mi innamorai di Simonetta. Probabilmente la mamma di lei che sapeva tutta la mia storia, deve aver convinto la figliola a non frequentarmi nel modo più assoluto nel timore di un possibile contagio e questa potrebbe, secondo la mia ipotesi, essere la ragione di una così forte resistenza alla mia corte serrata. Ma questo non me lo ha mai detto nessuno, è solo una mia ipotesi fatta da adulto. Comunque, i successivi controlli radiografici evidenziarono la completa remissione del focolaio iniziale del quale era rimasta solo una piccola traccia cicatriziale. Ero guarito completamente, ma la sua mamma non deve essersi comunque fidata di me.

    Torniamo ora al mio servizio di leva (tra l’altro, alla visita medica militare, saputi i miei precedenti, mi confermarono abile ed arruolato. Ulteriore dimostrazione della mia completa guarigione).

Al CAR la disciplina era ferrea e le punizioni collettive fioccavano per un nonnulla commesso da qualcuno che poi non aveva il coraggio di farsi avanti (e noi non facevamo la spia). I caporali istruttori erano abbastanza umani, ma c’erano un paio di sergenti veramente terribili. Nelle punizioni collettive (era un Luglio infuocato) ci facevano correre per il cortile assolato, senza sosta, mentre loro se ne stavano seduti all’ombra. Oppure ci tenevano sull’attenti, immobili sotto il sole.

    Comunque il tempo passò e si era ormai quasi alla fine dell’addestramento. La maggiore preoccupazione ce la davano le parole dei sergenti in questione che dicevano che quando saremmo andati al reggimento, gli “anziani” ed i “nonni” ci avrebbero fatto di tutto e di più. La cosa ci preoccupava non poco.

Il giorno del giuramento, venni selezionato per una compagnia di formazione che avrebbe dovuto fare la coreografia militare davanti alle autorità ed al pubblico, mentre tutte le reclute, in divisa festiva ma con anfibi ed elmetto, allineate e coperte attendevano già da tempo, ferme sotto l’impietoso sole sardo di fine agosto. La caserma venne finalmente aperta al pubblico che si sistemò nelle apposite tribune. Molti ragazzi avevano lì i loro genitori venuti ad assistere al giuramento dei loro figli. Io invece ero solo, ma non me ne dolsi. Dopo tanto tempo sotto il sole, qualcuno cominciò a svenire e venne prontamente portato in infermeria. Ogni tanto qualcuno sveniva per la forte calura. Il mio elmetto scottava tanto che pensai che se ci avessi messo sopra un uovo, si sarebbe cotto alla perfezione in pochi minuti. Per fortuna le finiture interne tenevano il metallo ardente sollevato dalla pelle del capo, altrimenti ci avrebbe cotto il cervello.

Un pomeriggio, l’ultimo che facevo di guardia alla porta centrale, ero appunto di sentinella in garitta ed un piantone gironzolava intorno qua e là. Come forse saprete, alle sentinelle è rigorosamente vietato parlare con chicchessia, fosse pure il colonnello comandante. Ad un certo punto uscì dalla porta uno dei miei caporali istruttori. Fece qualche passo e poi, improvvisamente tornò indietro e si diresse deciso verso di me. La cosa mi preoccupò subito per via della consegna del silenzio. Se gli avessi risposto avrebbe potuto punirmi, ma nello stesso tempo, una risposta avrebbe potuto essere necessaria. Attesi con apprensione che si avvicinasse e arrivatomi vicino mi disse sottovoce e rapidamente: “Aspromonti, tu sei destinato a Roma”. Poi fece dietro front e si allontanò senza aspettare alcuna mia reazione.

 Alla notizia naturalmente esultai dentro di me restando tuttavia immobile col fucile in braccio e l’elmetto in testa. Ero un privilegiato, sia perché tornavo a Roma, sia perché avevo avuto la notizia con un paio di giorni d’anticipo rispetto agli altri. Poi uscì la tabella ufficiale delle destinazioni di ciascuno e vidi che il mio caporale aveva detto il vero. Ero destinato, non ad un reggimento (altro privilegio) ma ad una scuola trasmissioni della Cecchignola a Roma; là non c’erano né “anziani” né tantomeno “nonni” e dunque le mie preoccupazioni in tal senso svanirono come nebbia al sole.

    Il viaggio di ritorno in nave fu tranquillo. Il mare si mantenne sempre calmo e nessuno si sentì male. Venimmo accolti da un capitano che sembrava un padre e la disciplina della scuola era assai più blanda di quella del CAR. Mi trovai subito a mio agio ed andai in visibilio alla vista delle aule e dei laboratori di elettronica. I docenti cominciarono le lezioni che io assorbivo come una spugna. Mi meravigliava la robustezza e la sicurezza di funzionamento degli apparati rice-trasmittenti militari in confronto agli apparecchi civili ai quali ero abituato. Quei sei mesi di corso passarono in un lampo. Tutti i test periodici ai quali venivamo sottoposti li superavo, senza falsa modestia, brillantemente e con largo anticipo rispetto ai miei commilitoni. Sospetto fortemente che molti avessero dichiarato il falso alla visita di leva dicendo che erano radiotecnici, ma era fin troppo evidente che molti non ne masticavano quasi niente.

    L’esame finale consisteva nell’assemblaggio, in un’aula appositamente attrezzata a laboratorio, di un ricevitore supereterodina di tipo commerciale. A ciascuno venne consegnato un telaio ed il materiale necessario e cominciammo. Avevamo un’intera giornata per portare a termine il nostro compito, ma io, dopo sole due ore, avevo già terminato il mio ricevitore che funzionava normalmente, mentre vedevo che tutti gli altri andavano molto a rilento. Consegnato il mio lavoro ai docenti, però mi annoiavo ma non potevo uscire, allora chiesi ai docenti altro materiale per costruire un altro apparecchio radio. Terminai il mio secondo apparecchio giusto in tempo per l’ora di pranzo (gli altri stavano ancora lontani dal terminare il loro lavoro). Dopo il pranzo tutti tornarono nel laboratorio d’esame ma i docenti ritennero che non fosse il caso che andassi anch’io e così mi mandarono in un altro laboratorio dove il sergente responsabile mi mostrò un complicato e costoso provavalvole, guasto da anni e che nessuno era stato in grado di riparare. Impiegai meno di due ore per rimettere in funzione lo strumento ed il sergente ne restò assai meravigliato e andò a parlare col capitano. Il capitano venne in laboratorio, constatò il perfetto funzionamento dello strumento e poi andò a parlare con i docenti in sala d'esame. Quando tornò mi disse che sarei restato alla scuola dopo il corso per fare il docente a mia volta. Io ne fui felice perché così il reggimento non l’avrei visto proprio e perché sarei restato certamente a Roma.

Il corso volgeva al termine. Io andavo tutte le sere a casa e a volte incontravo anche Simona ma stavolta niente corte e solo un blando ciao. La cotta m’era ormai passata. Avevo altro cui pensare. Commisi però il grave errore di dire ai miei che il capitano aveva deciso che sarei rimasto a Roma come docente. I miei finsero di commentare positivamente la notizia, ma in realtà erano preoccupati che ricominciasse la mia infelice storia con Simona. Commisi l’altro errore di non dire loro anche che ormai ne ero fuori. Naturalmente non sapevo di commettere degli errori. Questo l’ho scoperto anni dopo riflettendo su alcune cose che in seguito venni a sapere ma che allora non conoscevo e neppure sospettavo minimamente.

    La nostra preoccupazione principale, come militari, volgeva sulla destinazione dopo corso. Naturalmente questa preoccupazione non era condivisa da me per ciò che già sapevo ma che non avevo detto a nessuno. Venne esposta la tabella delle destinazioni che io non degnai di uno sguardo mentre tutti vi si affollavano intorno commentando le varie destinazioni, ma senza più il pensiero degli “anziani” del reggimento in quanto, ormai, lo eravamo anche noi, dopo otto mesi di naja.

La sera fu tutto un brulicare di attività. Tutti si davano un gran da fare a preparare gli zaini per la partenza, mentre il grande cortile si andava empiendo dei camion che li avrebbero condotti alla stazione Termini per i treni alle varie destinazioni. Io osservavo tranquillo tutto questo gran da fare mentre i mezzi militari aspettavano di caricare tutti.

Finalmente tutti furono pronti per scendere in cortile e salire sui camion. Un mio commilitone amico venne da me e non vedendomi pronto mi disse: “Aspromonti, ma tu non ti sei preparato! Come fai adesso? Sei destinato a Padova!” Io rimasi allibito e mentre il grande corridoio si andava svuotando mi precipitai alla tabella che avevo sempre ignorato e lessi: Aspromonti Francesco. XLII Battaglione Trasmissioni. Padova. Restai di sale e sul momento pensai che i caporali ne sapevano più dei capitani, infatti a Cagliari un caporale mi rivelò che sarei andato a Roma ed era vero. Qui un capitano mi disse che sarei restato a Roma e invece non era vero. Mi scapicollai in camerata, ormai deserta e cominciai a buttare disordinatamente roba nello zaino. Fui pronto in brevissimo tempo, anche perché facilitato nei movimenti per il fatto di essere solo in camerata. Uscii sul corridoio ormai deserto, trascinandomi in fretta lo zaino, quando vidi il mio capitano venirmi incontro come un cane bastonato, avevo ardentemente sperato di incontrarlo per avere una spiegazione. Io scattai sull’attenti, mi disse riposo e mi chiese scusa per l’accaduto spiegandomi che all’ultimo momento un raccomandato dal colonnello comandante in persona, mi aveva soffiato il posto a Roma. Naturalmente accettai le sue scuse, dispiaciuto anche per lui. Lo salutai e scesi in cortile. Ero l’ultimo a salire sui camion che erano stati fermati dal capitano per darmi il tempo. Il mattino successivo, una gelida e livida alba ci accolse a Padova. Compresi molto tempo dopo che il raccomandato in questione ero proprio io. Raccomandato si, ma al contrario; raccomandato per andare via e non per restare. Lo zio Nario, venni a sapere molto tempo dopo, era amico del colonnello comandante ed i miei si erano rivolti a lui proprio perché volevano continuare a tenermi lontano da quella ragazza e tutto andò, a mia completa insaputa, secondo i loro ormai inutili e dannosi piani. Dannosi perché il mio trasferimento non fu senza conseguenze. Una gelida notte ero di guardia alla porta centrale ed ero completamente intirizzito, quando mi venne l’infelice idea di trovare riparo dal freddo nella vicinissima guardiola calda ed illumimata, ma deserta in quanto l’ufficiale di picchetto se n’era andato a dormire. Mi crogiolai al calore della stufa in funzione e tenevo d’occhio l’ingresso, ero sempre di guardia. Dopo una mezz’oretta, riuscii fuori al freddo (era vietato, alla sentinella, l’accesso alla guardiola). In breve ricominciai a rabbrividire e ritornai in guardiola. Poi riuscii e poi vi rientrai e questo andirivieni dal gelo al calore e viceversa mi fece male; ecco perché era vietato alla sentinella entrare in guardiola. Mi beccai una formidabile sinusite con febbre molto alta. Il medico militare ordinò il mio immediato ricovero all’ospedale militare di Padova, che dovetti raggiungere con i mezzi pubblici, barcollando per la debolezza. Mi tennero dentro per un intero mese, curandomi molto bene. Poi l’ospedale mi dette un mese di licenza di convalescenza e tornai a casa a Roma. In quel mese avevo un impegno preso con un mio commilitone benestante. Questi abitava, da civile, in una villa con un cancello che si apriva sul giardino interno. Egli conosceva la mia particolare abilità di progettista e mi chiese di progettargli un radiocomando per aprire il cancello stando dentro la macchina. All’epoca, era il 1963, i cancelli automatici non esistevano ancora. Io dissi che avrei progettato e costruito sia il radiocomando che il ricevitore, ma gli dissi che riguardo alla meccanica di azionamento del cancello, doveva provvedere da sé in quanto non mi era possibile quest’altro impegno. Mi disse che per questo non c’era problema, si sarebbe rivolto ad un elettrotecnico locale. Il mio dispositivo fu pronto molto prima della fine della licenza e funzionava da un centinaio e oltre di metri di distanza dal ricevitore. Quando lo rividi lui mi pagò tutte le spese sostenute e mi dette anche di più per il lavoro. Per quanto ne so fu quello il primo cancello automatico della storia per privati cittadini.

    Tornato al mio battaglione, molto presto arrivò dal capitano della mia compagnia una richiesta volontaria. Gli occorrevano cinque militari per aiutare un tecnico della Marconi che doveva riparare una grossa quantità di ponti radio campali. Poiché gli apparati erano molto pesanti le persone servivano per portare gli apparati guasti dal magazzino al tavolo di lavoro e viceversa. Un lavoro di pura e bassa manovalanza. Comunque mi proposi poiché mi avrebbe interessato vedere come funzionavano i ponti radio che era cosa che non conoscevo ancora. Altri quattro ragazzi si proposero a loro volta e andammo così nel posto, fuori caserma a circa quattro chilometri di distanza, dove erano stipati un’incredibile quantità di apparati guasti. Il sergente maggiore responsabile della cosa ci accolse, ci presentò al tecnico, che era un anziano signore sulla cinquantina, magro e piccolo, e ci mostrò cosa dovevamo fare. Così portammo il primo pesante apparato sul tavolo da lavoro ed il tecnico cominciò. Era una persona pratica e sbrigativa. Mentre gli altri bighellonavano aspettando il da farsi, io osservavo attentamente il lavoro del tecnico. Scoprii così che in realtà disponevo di tutto il know how necessario per farlo anche io e mi proposi al tecnico per aiutarlo nel suo lavoro dicendomi in grado di poterlo svolgere con successo. Egli mi mise alla prova con un paio di apparati e vide così che poteva fidarsi di me. Certo in due si sarebbe dimezzato il tempo delle riparazioni e lui, come me del resto, fu entusiasta della cosa. Io poi così mi sentivo elevato nel passare da un lavoro di pura manovalanza ad un lavoro costruttivo e di concetto. Gli altri quattro si disinteressavano totalmente a quello che facevamo noi limitandosi al puro e semplice trasporto degli apparati da un posto all’altro. All’improvviso arrivò la notizia che la mia classe del 1941 sarebbe stata la prima classe che invece di fare 18 mesi di naja, ne avrebbe fatti solo quindici. In caserma scoppiò la nostra esultanza perché ci trovammo improvvisamente ad essere dei “nonni” rispettati da tutta la truppa, ma soprattutto perché si tornava a casa tre mesi prima del previsto. Dopo qualche giorno, il tecnico della Marconi si convinse che ero perfettamente in grado di sostituirlo e decise di tornare a Torino lasciando a me tutto il lavoro. Parlò quindi col responsabile del laboratorio, gli spiegò la nuova situazione e lo convinse a fare in modo che potessi dedicarmi a tempo pieno al suo lavoro. Questi ne parlò col mio capitano il quale accettò di affrancarmi da tutti i servizi di caserma per proseguire il lavoro del tecnico che se ne andava. Da quel momento divenni un vero signore. Una camionetta militare con autista era a mia disposizione per portarmi tutti i giorni lavorativi dalla caserma al laboratorio e viceversa, quattro volte al giorno. Ma io ripagavo quelle attenzioni riparando una media di quattro apparati al giorno. Mi sentivo in paradiso nel mio elemento. Avevo sicuramente più lavoro del tempo che mi restava di naja. La quantità di apparati da riparare era impressionante. Ma anche la quantità di quelli riparati cominciava ad essere sensibile.

Tutti i sabati andavo in permesso di trentasei ore ed in quelle ore andavo a trovare i miei parenti ad Udine, ospite di mia zia Attilia che abitava nella casa friulana di mia madre. Durante uno dei miei ultimi viaggi da Padova ad Udine mi capitò di trovarmi immischiato con una truppa di militari in divisa da fatica (io ero naturalmente in divisa di libera uscita). Questi avevano invaso tutto il treno con i loro zaini e le loro persone. Di entrare nello scompartimento del vagone non c’era alcuna possibilità per la grande ressa e così rimasi vicino allo sportello dal quale ero riuscito a salire stipandomi assieme a loro. Durante quello scomodissimo viaggio mi accorsi di due ragazze in piedi, compresse dai militari vicino al finestrino e pian piano cominciai ad avvicinarmi a loro. Erano bionde, una più grande ed una più piccola. La più grande era più bassa di me ed aveva un fisico snello, la più piccola era un poco meno snella.

 Se ne stavano lì, immobili in mezzo alla truppa dalla quale io spiccavo solo per la mia perfetta divisa da libera uscita che contrastava molto con la divisa da fatica di tutti gli altri. La più piccola si volse un attimo e mi notò. Non mi piaceva un gran chè, ma quando si ha fame si mangia di tutto. Vidi che sussurrò qualcosa all’orecchio dell’altra che, seppi dopo, era sua sorella. Poco dopo vidi che anche l’altra mi osservò senza parere con la coda dell’occhio, ma io l’avevo visto. Ero consapevole della mia apparente superiorità rispetto agli altri, per via della mia divisa e sapevo che ero attentamente, anche se nascostamente, osservato e valutato da entrambe le ragazze che spesso commentavano sottovoce tra loro, ma sempre voltandomi le spalle. Giunti alla stazione di Mestre, tutti i militari scesero dal treno lasciandolo completamente deserto. Rimasi allora solo con le due ragazze sulla piattaforma del vagone. Pensai allora di agganciarle. Mi avvicinai e le invitai ad entrare nello scompartimento vicino ormai vuoto per sedersi. Le due si scambiarono un breve cenno d’intesa e la piccola disse che lei preferiva restare in piedi lì, mentre la grande accettò di entrare con me nello scompartimento. Ci sedemmo uno di fronte all’altra vicino ai rispettivi finestrini. Scoprii così che la mia atavica timidezza era quasi scomparsa. Cominciammo a parlare. Io le dissi cosa facevo a Padova e lei mi disse che era stata in Sicilia con sua sorella, ospite di un suo zio. Scoprii poi, settimane dopo, che era una bugia. Poi le chiesi il permesso di sedermi accanto a lei e me lo concesse senza difficoltà. Eravamo completamente soli nello scompartimento. All’improvviso le presi la mano nella mia e lei non ritirò la sua mano. Allora presi il coraggio a due mani e la baciai di sfuggita sulle labbra. Lei rispose al mio bacio e allora la baciai di nuovo con maggiore convinzione e consapevolezza. Lei rispose appassionatamente al mio bacio. Cominciò così la nostra storia d’amore. Purtroppo, ad un certo punto arrivò una vecchia che si piazzò sulla porta del nostro scompartimento e più non si mosse da lì restando in piedi come di sentinella e guardandoci di traverso. Con quella presenza ingombrante, non riuscii più a baciare Maria (così si chiamava la ragazza che aveva diciotto anni) e nemmeno lei ci provò più, ma ci davamo dei cenni d’intesa aspettando pazientemente che la vecchia se n’andasse a fàn… a quel paese. Ma la vecchia non cedette e restò lì come un cerbero fino alla fine del viaggio. Arrivati ad Udine, non so cosa mi prese, forse timore di impegnarmi, non so, fatto sta che non chiesi alla ragazza come poterla rivedere e vidi le due sorelle allontanarsi per prendere una corriera diversa dalla mia. Mi rendevo conto che la stavo perdendo ma non feci nulla per evitarlo.

    Mancavano ormai un paio di settimane al congedo. Di lavoro ne avevo quanto volevo. Ci sarebbero voluti almeno un paio di mesi per completare tutti quegli apparati ed io ripensavo spesso a Maria  ed alla mia dabbenaggine per non averle chiesto il suo indirizzo. Me ne sono pentito un centinaio di volte. Comunque il giorno del congedo arrivò. Era il mese di ottobre ed io, uscito ancora in divisa dalla caserma, con il foglio di congedo arrotolato ed infilato in una spallina della camicia. Mi sentii d’un tratto come perso. Nessuno più pensava o si occupava di me, potevo fare ciò che volevo e non dovevo rientrare in caserma o presentarmi ai Carabinieri per la firma dei permessi. Passeggiando lentamente, diretto alla stazione di Padova non sapevo cosa fare, da un lato avrei dovuto tornare a Roma e riprendere il mio lavoro di ascensorista ormai in qualità di mastro, ma da un altro lato avrei voluto ritrovare Maria senza sapere come fare. Ma certamente, se fossi tornato a Roma e ripreso il mio lavoro, l’avrei persa in modo definitivo ed irrevocabile. Decisi allora di andare ad Udine invece che tornare a Roma. Ad Udine avevo trovato l’amore che Roma non mi aveva concesso. Come dice un vecchio proverbio: “tira più un pelo di fi…donna che una paranza di buoi”. Tornai così ospite di zia Attilia e suo fratello, zio Antonio venne a sapere da me la storia del mio incontro con Maria. Lui mi disse che con le pochissime informazioni che avevo sarebbe stato possibile rintracciarla. A me la cosa pareva del tutto impossibile ma lui, esperto della vita dei paesi, si mostrò molto possibilista. Così la mattina dopo, di buon’ora, decise di accompagnarmi nella ricerca di Maria. Lui aveva un motorino e lo zio Giovanni mi prestò il suo. Così partimmo alla volta di Cividale del Friuli. Dovevamo trovare il paese di S. Leonardo, nella valle del fiume Natisone, paese che lei mi aveva nominato di sfuggita ma che io ricordavo. Scoprii con sorpresa che, sia a Cividale che dopo non si parlava più il friulano e dopo Cividale parlavano sloveno (ma parlavano anche  italiano). Uscimmo dalla provincia di Udine per entrare in quella di Trieste. Mio zio Antonio cominciò a chiedere informazioni, prima per trovare il paese e poi se conoscevano una ragazza fatta così e così con uno zio in Sicilia. Circa il paese, ottenemmo le informazioni, ma circa la ragazza, nessuno ne sapeva niente. Ad ogni fermata era un bicchiere di vino bianco, cosicchè alla terza fermata cominciavo ad essere un po’ euforico e più che sicuro che l’avrei ritrovata (non so dire in base a quale logica, forse quella del vino). Tuttavia, giunti a S. Leonardo, mio zio ebbe l’idea di parlare col parroco. Questi ci disse che tra i suoi parrocchiani non c’era una ragazza a nome Maria con una sorella a nome Elsa e con uno zio siciliano. Però, ad un certo punto ci disse che sulla cima della montagna di fronte al paese, c’era un piccolo villaggio di quattro case ed in una di queste abitava una famiglia con due ragazze ed un ragazzino e le due ragazze corrispondevano alla descrizione fisica che io ne feci. Disse, ma senza grande convinzione, di provare lì. Con i nostri motorini, ci arrampicammo per la stradina di montagna che portava al villaggio. Giunti in cima vedemmo una piccola chiesetta chiusa ed alcune case. Bussammo alla prima che ci capitò e lì ci indirizzarono ad un’altra casa vicino. Bussammo lì e ci aprì una donnetta minuscola e anziana. Parlando con lei, essa comprese subito chi era che cercava sua figlia perché ci disse che la ragazza era stata colpita da un ragazzo di Roma che faceva il militare a Padova e lei parlava spesso di questo ragazzo che non si era più fatto vivo. L’avevo ritrovata, ma non era in casa. La madre ci disse che lavorava in un ristorante di Cividale come cameriera, del quale mi diede l’indirizzo. Così salutammo e tornammo indietro a Cividale. Chiedendo informazioni sull’indirizzo, trovammo subito il ristorante che si trovava su una piazza di una certa importanza. Entrai e lei mi venne incontro sorpresa ed incredula. Io le sorrisi e lei mi volò spontaneamente tra le braccia. Poi, dato che era quasi ora di pranzo, volle assolutamente che mi fermassi lì a mangiare qualcosa. Io mi fermai, ma poi non volle assolutamente che io pagassi quanto avevo consumato. Nel frattempo, mio zio si era dileguato ed era tornato solo a casa sua. Poi mi chiese come mai avevo aspettato tanto a farle visita ed io le confessai che non avevo osato chiederle l’indirizzo. Allora lei mi disse di non avermelo dato spontaneamente perché aveva visto che la targhetta sulla sua valigia non c’era più e aveva pensato che l’avessi presa io, ma non era così. Certamente l’aveva presa uno dei militari che affollavano il treno. Lei mi chiese allora come avevo fatto per ritrovarla e le raccontai tutta questa storia. Mi trattenni con lei per altre due settimane e poi dovetti tornare a Roma perché non avevo più denaro.

A questo punto non avevo più la minima intenzione di rimettermi a fare l’ascensorista. Io ero un tecnico nato e quella doveva essere la mia professione. Non l’operaio in tuta sempre sporca di grasso nero e con le mani perennemente sporche d’olio di macchina che non venivano mai veramente pulite. Mi licenziai e l’ing. Fiorini fece di tutto per trattenermi, mi offrì un aumento di stipendio, mi promise avanzamenti di carriera ma tutto fu inutile. Ringraziai e me ne andai dall'azienda che mi aveva permesso di studiare l’elettronica a mio piacimento. Restava però il problema del denaro, come guadagnare qualcosa? Tutta la mia vecchia clientela mi aveva abbandonato (in realtà ero io che avevo dovuto abbandonarli) e poi era una clientela di sfruttatori che non mi facevano guadagnare gran chè, anche e soprattutto per colpa della mia inettitudine commerciale. A me capitavano solo i guasti più complessi che nessuno voleva riparare perché non conveniente io non sapevo rifiutarmi. Così lavoravo duramente per risolvere i casi complicati, praticamente quasi a gratis. Questo non era possibile. Stavo quasi pensando di tornare a Canossa pentito (cioè alla Stigler Otis), quando ebbi una proposta da parte di un mio amico meccanico d’auto che aveva un’officina vicino casa mia. Questi mi chiese se volevo lavorare con lui. Io avrei riparato i televisori dei suoi clienti e lui si sarebbe occupato della parte commerciale che io non conoscevo assolutamente. Non trovando niente di meglio, accettai la sua proposta e così, ogni mattina mi recavo alla sua officina. Nel retrobottega avevo organizzato un piccolo laboratorio di riparazioni e quando i suoi abituali clienti vennero a sapere che lì c’era anche un laboratorio radio e TV, cominciarono a piovere i lavori per me. Io osservavo sorpreso la sua abilità nel trattare, con i clienti, i prezzi degli interventi. D’altra parte il meccanico aveva famiglia e non avrebbe potuto portarla avanti se si fosse comportato, con i clienti, come facevo io. Era comunque una persona onestissima in quanto (cosa che non sarebbe stata neppure tanto giusta) divideva i guadagni delle riparazioni TV a metà per ciascuno, ma lui aveva le spese di gestione dell’officina alle quali io non contribuivo affatto. Ma d’altra parte neppure lo aiutavo nel suo lavoro di meccanico né lui me lo ha mai chiesto pur avendone talvolta necessità. Dopo sei mesi compresi che neppure quello era il lavoro per me. Io aspiravo ad entrare in un’industria elettronica ma non mi riusciva. Intervenne allora di nuovo l’impagabile zio Nario. Questi aveva un amico di marina che conosceva un maresciallo dell’aeronautica militare il quale lavorava al Quality Control della società Litton Industries Italia. La società aveva da poco aperto i battenti e operava a via Gregorio VII. Era però in procinto di abbandonare la sua sede perché era diventata troppo piccola. Ingrandendosi, aveva bisogno di personale tecnico ben qualificato e questo maresciallo volle conoscermi prima di presentarmi all’azienda. Egli mi chiese i miei trascorsi tecnici ed io gli raccontai quelli del servizio militare. Ne restò favorevolmente impressionato e mi diede un appuntamento per un colloquio tecnico in azienda. Nel frattempo l’azienda si era trasferita a Pomezia dove aveva preso un grande stabilimento nuovo di zecca in stile molto moderno. Mio padre mi ci portò con la sua moto e assistette al colloquio. Entrando nello stabilimento che costruiva, per l’aeronautica militare i navigatori inerziali per il caccia F104 StarFighter, restai impressionato dal grande numero di ragazze in camice bianco che lavoravano davanti a lunghi banchi con forti luci, grosse lenti e tanti piccoli attrezzi. Poi, sul fondo dell’immenso salone della fabbrica, rimasi colpito da una moltitudine di grandi apparati allineati alle pareti, pieni di misteriose luci ammiccanti e colorate e davanti ad ogni apparato, ben equipaggiato di ogni ben di Dio di strumenti elettronici, lavorava in silenzio un tecnico in camice bianco. Compresi subito che non ci capivo niente e pensai che quel lavoro fosse troppo difficile per me. Mi presentai comunque al colloquio tecnico certo di fare un grosso fiasco e dispiaciuto per il maresciallo che mi aveva presentato certo dicendo mirabilie di me.

L’ingegnere che doveva intervistarmi ci fece sedere, me davanti alla sua grande scrivania e mio padre di lato. Questi era una persona sui quarantacinque anni con il volto un po’ severo. Mi chiese delle mie esperienze e poi mi dispiegò davanti uno schema elettrico che occupò tutto il piano del tavolo e oltre. Mi chiese di leggere lo schema e spiegarlo. Alla prima occhiata lo riconobbi immediatamente. Si trattava di un ricevitore radio a valvole, ma non era del tutto usuale in quanto la parte terminale, anziché avere un altoparlante, aveva un motorino con una resistenza, cosa normalmente inusuale in un ricevitore radio. Comunque cominciai a leggere  e spiegare nel dettaglio quello schema e la cosa portò via molto tempo. Vidi che mio padre, annoiato, si appisolava. Parlai a lungo spiegando tutto lo schema per filo e per segno e mi bloccai alla fine quando arrivai a quel motore e quella resistenza. L’ingegnere non ne fu sorpreso, rimase invece sorpreso dalla profondità della mia analisi dello schema per la parte ricevitore radio. Mi spiegò brevemente la funzione del motore e della resistenza ed allora compresi che si trattava di un Fax che invece di servirsi di una linea telefonica, come tutti i fax, riceveva questi via radio. Fu contento di me, mi fece i suoi complimenti per la mia analisi del circuito e mi disse che ero assunto e sarei stato assegnato al miglior reparto dell’azienda. Potevo iniziare appena fatta la visita medica e l’iscrizione all’ufficio di collocamento quindi ci congedò e tornammo contenti a casa.

    Due giorni dopo arrivò la lettera di assunzione dall’ufficio del personale e nella lettera erano indicati gli indirizzi per la visita medica e per l’iscrizione all’ufficio collocamento. Sbrigate queste formalità cominciai a lavorare e per prima cosa dovetti fare un corso di due settimane di saldatura professionale. La mia istruttrice era una ragazza molto graziosa ma assai esigente. Le mie saldature non le stavano mai bene. Finalmente, dopo una settimana, cominciò ad essere soddisfatta. Mi assegnò allora un effettivo lavoro di saldatura. Dovevo saldare professionalmente una cinquantina di fili ad un connettore. Lavoro per me noiosissimo. Avevo appena cominciato a saldare i primi fili quando si presentò da me un perito industriale del Fermi che con fare autoritario mi disse di smettere quel palloso lavoro e seguirlo. Avrei voluto avvertire la mia istruttrice ma lui non lo consentì. Senza mezzi termini mi fece interrompere il lavoro e mi accompagnò al reparto dove ero stato assegnato. Evidentemente la mia fama diffusa dall’ingegnere intervistatore mi aveva preceduto in quanto il tecnico che mi accompagnava con autorità mi disse che ero stato assegnato al reparto Calibrazione, la crema della crema della Litton. Passammo così davanti a tutte quelle misteriose grandi apparecchiature piene di strumenti e lucine spia e lui mi spiegò la funzione di ciascun “banch test console” come le chiamò. Lui si chiamava Sergio e dopo saremmo diventati amici. Mi disse compiaciuto che si riteneva il miglior tecnico della Litton ed era curioso di conoscermi per quello che aveva sentito dire di me e del mio colloquio tecnico. Poi mi introdusse nel reparto Calibrazione e mi presentò al capo e agli altri due colleghi che lì lavoravano. Il capo (meno di trent’anni) mi fece i suoi complimenti per il reparto dove era stato messo e mi affiancò a Sergio perché mi spiegasse per bene quale doveva essere il mio lavoro. Poi iniziai a lavorare sul serio.

In breve tempo le misteriose apparecchiature non lo furono più. Imparai a conoscerle tutte alla perfezione. Tutto era transistorizzato ed io che conoscevo i transistor non ebbi difficoltà. Tutti i miei colleghi di reparto, tranne uno, provenivano dal Fermi ed erano periti industriali regolarmente diplomati. In azienda c’era un forte classismo. Gli ingegneri erano inquadrati come dirigenti. Non avevano obblighi di orario e guadagnavano trecentomila lire al mese che per quei tempi era un’enormità. I periti industriali erano inquadrati come impiegati e prendevano dalle ottantamila alle centomila lire al mese, che non era affatto male. i tecnici non diplomati (assai pochi) erano inquadrati come operai qualificati e prendevano dalle sessanta mila alle settantamila lire al mese. Tutti dovevamo rispettare gli orari di lavoro con disciplina ferrea, un solo minuto di ritardo nella timbratura del cartellino poteva costare un richiamo verbale dal capo del personale. Le circa duecento ragazze erano inquadrate come manovali e prendevano dalle quarantamila alle cinquantamila lire al mese. (era il 1963). Io, non essendo diplomato, prendevo all’inizio sessantamila lire al mese ed ero inquadrato come operaio qualificato. Mi sentii molto declassato da questo inquadramento, ma tant’era. I miei colleghi periti mi consentivano di svolgere il loro lavoro, riconoscendo la mia notevole professionalità, ma non potevo firmare gli stickers di certificazione perché non ero un perito. Così, all’inizio io (e anche loro, ovviamente) lavoravo e uno di loro firmava lo sticker come se avesse lavorato lui. Ma in breve, la mia professionalità emerse di prepotenza surclassando i periti industriali e dando filo da torcere anche agli ingegneri. Ad un certo punto, Sergio, quello che si riteneva il miglior tecnico della Litton, ammise pubblicamente che io ero ancora migliore di lui (il che non mi meravigliò poiché sapevo bene, per esperienza diretta, come si studiava al Fermi una volta). Scrissi alla mia ragazza che avevo trovato lavoro come tecnico in un'industria elettronica e che ci saremmo potuti vedere in estate, con le mie ferie. Cosa che poi avvenne.

    In azienda lavoravano anche un certo numero di ingegneri americani ed un ingegnere ungherese. Quello che poi ci fece un corso sul sistema di navigazione inerziale usato sul caccia F104. Queste persone (tutte tra i quaranta ed i cinquanta) erano i progettisti delle apparecchiature che tanto mi avevano spaventato la prima volta e che adesso mi erano così famigliari. Essi guadagnavano un milione di lire al mese e in pratica, a parte qualche rara consulenza, non facevano niente. Osservai che ogni volta che c’era da fare qualcosa che esulava dalla normale routine lavorativa, gli ingegneri, anche americani, chiedevano la mia collaborazione e questo, naturalmente, mi lusingava molto. Ad un certo punto, il capo reparto si dimise perché aveva trovato un altro lavoro più redditizio e venne proposto a me di fare il capo reparto della calibrazione. Ma io, conoscendo il classismo dell’azienda, mi feci venire sciocchi scrupoli verso i miei colleghi periti industriali e non accettai. Ormai nessuno più trovava da ridire se io firmavo i miei stickers.

    Poi, inaspettatamente, avvenne la rottura con la mia ragazza.

“Era d’estate e lei era con me, era d’estate tanto tempo fa” (da una famosa canzone). Lei mi disse che doveva andare ad Amburgo per lavorare come cameriera in un bar del porto. Io sussultai e le imposi di non andarci assolutamente. Già la vedevo vestita da coniglietta in minigonna in mezzo ad una baraonda di marinai assatanati e ubriachi che la palpeggiavano in massa al suo passaggio con i beveraggi. Ma il padre di lei era d’accordo a mandarla perché aveva bisogno di denaro. Io insorsi e dissi al padre e alla madre, lei presente, che se fosse andata là avrei rotto la mia promessa di matrimonio. Non vollero sentire ragioni, ma neppure io ne volli sentire. Lei andò ed io ruppi la promessa e non le scrissi mai, d’altra parte non avrei neppure saputo dove scrivere. Ma neppure lei mi scrisse mai e lei sapeva bene, invece, dove scrivere.

    Trascorsero sei mesi da quell’evento e nel frattempo, con la massa di ragazze che c’era alla Litton, avevo solo l’imbarazzo della scelta.

Avevo ormai ventisei anni ed era ora che mettessi su famiglia con una ragazza seria. La mia scelta cadde su una graziosa diciassettenne, molto ben messa come carrozzeria, che era certamente molto seria in quanto di lei non si sentivano le chiacchiere che si sentivano invece su molte altre. Ho scoperto dopo che avevo due concorrenti al posto di marito per quella ragazza. Uno era un tecnico di terz’ordine che svolgeva un lavoro assolutamente monotono che avrebbe saputo fare anche un bambino e che, tra l’altro aveva, poveretto, anche saltuarie crisi di epilessia. L’altro era un impiegato amministrativo che quando camminava, Sergio diceva, facendomi ridere, che aveva appena parcheggiato il cavallo di fuori per via delle sue gambe arcuate. Poi aveva una pesante cadenza dialettale che dava fastidio. Però era un benestante di famiglia e non avrebbe avuto, contrariamente a me, la necessità di lavorare. Ad ogni modo io mi innamorai di questa ragazza. Il problema era che non riuscivo mai ad incontrarla da solo a solo per farle la mia dichiarazione d’amore. Il tempo passava e le cose continuavano così. Dovevo trovare un’altra soluzione. Pensai allora di sfruttare l’intervallo di tempo di circa venti trenta minuti tra la fine del pranzo e la ripresa del lavoro. In quell’intervallo l’avrei tenuta d’occhio e appena vista sola mi sarei presentato per dirglielo. Ma, come dice il proverbio, l’uomo propone e Dio dispone. Lei stava sempre in mezzo alle sue compagne a saltare a corda o chiacchierare. Fino all’ora della ripresa del lavoro. Non c’era scampo. Allora, un bel giorno d’estate, presi il toro per le corna (o il topo per la coda) e andai verso il gruppo di ragazze che la circondavano ed esse mi videro da lontano avanzare nella loro direzione. Probabilmente capirono al volo che volevo parlare con una di loro e il gioco della corda si interruppe e tutte si misero in attenzione attendendo il mio arrivo. A quella vista pensai innanzitutto di scappare via con la coda tra le gambe (un attacco di timidezza acuta) ma poi pensai che non era bene farmi vedere in fuga dalle ragazze. Comunque rallentai il mio cammino prima baldanzoso. Non era così che avevo immaginato la cosa. Secondo il mio piano, mi sarei avvicinato alle ragazze che intanto avrebbero continuato a giocare, mi sarei accostato al suo orecchio e le avrei sottovoce chiesto di parlarle in privato. Poi ci saremmo discosti dal gruppo, magari dietro un angolo e lì le avrei fatto la mia dichiarazione. Invece le cose stavano andando in tutt’altro modo perché le ragazze, invece di continuare i loro giochi ignorandomi, si fermarono e si disposero tutte in attesa del mio arrivo, tutte con le orecchie ben dritte per sentire cosa avevo da dire e soprattutto a chi di loro. Io continuai ad avanzare, ormai ero fritto, con gli occhi fissi su di lei. Questo fece capire a lei ed alle altre che quello che dovevo dire la riguardava personalmente e non riguardava le altre. A questo punto avrebbero anche potuto allontanarsi discretamente, ma non lo fecero. Non solo non lo fecero ma addirittura si avvicinarono per sentire meglio. Io sono entrato in stato confusionale. La stessa sensazione che ho già descritto quando, prima del servizio militare, sono entrato nella stanza delle tre sorelle per installare il Secondo canale al loro TV e non sapevo più bene cosa dovevo dire. Era una sensazione che già avevo provato. Mi toglieva lucidità e la mia testa andava sottosopra. Mi pareva di udire un rombo nelle orecchie e la vista mi ballava. Comunque dovevo ormai parlare e non so come riuscii a dire che volevo parlarle in privato. Lei mi rispose che quello che dovevo dire potevo anche dirlo lì davanti a tutte. La mia testa si confuse ancora di più e dissi precipitosamente, non ricordo con esattezza se dissi: “ti voglio sposare” oppure se chiesi: “Mi vuoi sposare?” In ogni caso, tale la confusione nella mia testa che mi sfuggì la sua risposta. Comunque, successivamente riuscii a chiederle un appuntamento per Domenica pomeriggio a piazza Carpegna e lei mi disse di si. Io salii allora al settimo cielo, anche ottavo e nono. Bè crepi l’avarizia e facciamo il decimo. Le avevo comprato una scatola di Baci Perugina. Andai all’appuntamento emozionato e mi accingevo ad una lunga attesa, come ero stato abituato dalla mia ex che agli appuntamenti arrivava regolarmente con mezz’ora di ritardo, come minimo. Invece lei comparve in perfetto orario e ne fui piacevolmente sorpreso.

Andammo a fare un giro in macchina e capitati all’Eur andammo a sederci da Corsetti al Vecchia America, che ora non c’è più. Facemmo merenda e parlammo a lungo di noi. Soprattutto lei. Poi d’improvviso, venni attratto dalle sue labbra carnose e le diedi un bacio superficiale. Lei mi disse: “non lo fare mai più”. E difatti…siamo felicemente sposati dal 1970 e abbiamo avuto 3 figli, un maschio (Marco, nato nel 1971) e due femmine (Giulia, nata nel 1975 e Claudia, nata nel 1989).

 

 

 

Salvini in galera???

L'accusa è pesante: sequestro di persona (e omissione di atti d'ufficio). Il PM ha chiesto 6 anni. Ma il governo dice che ha fatto i...